Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
S’intitola «Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio» il secondo atto della trilogia (del «trittico di mostre», come le definisce il curatore, Denis Curti) promosso dal Comune di Milano-Cultura e prodotto da Palazzo Reale e Marsilio Arte, che a Palazzo Reale viene presentato dal 29 gennaio al 17 maggio, aprendosi nel periodo in cui la città ospiterà i Giochi Olimpici e Paralimpici invernali Milano Cortina 2026.
Il primo atto, dal titolo «Le forme del classico», è andato in scena a Venezia nelle Stanze della Fotografia; il terzo («Le forme della bellezza») si terrà a Roma, nel Museo dell’Ara Pacis. A Palazzo Reale, attraverso oltre 180 fotografie, è presentato il capitolo in cui il corpo nudo occupa una larga parte della scena, senza però dimenticare gli altri aspetti, non meno significativi, del percorso di Mapplethorpe (New York, 1946-Boston, 1989), in una ricognizione completa dell’opera di questo maestro della fotografia. Un maestro che nel grande pubblico, tuttavia, è famoso più per i suoi temi, spesso urticanti per quello che un tempo si definiva «il comune senso del pudore», che per la ricerca estetica e la qualità formale sottese a ogni suo scatto: ritratti (di amici o di celebrità, il che spesso coincide), autoritratti, fiori e nudi, maschili o femminili che fossero. Ne parliamo con Denis Curti, che ci conferma che «primo obiettivo della mostra è liberare Mapplethorpe dalla nomea tragica della “pornografia”: lui è molto di più e molto altro. Già in vita era una vera star, un fotografo ritrattista molto richiesto, un professionista di altissimo livello. Poi, parallelamente, ha sviluppato le sue ricerche nell’ambito della sessualità. Io stesso, lavorandoci, mi sono reso conto con qualche stupore che siamo di fronte a uno di quegli autori per cui si è guardato più alla vita che all’opera e più alla provocazione sadomaso, che non rappresenta che il 30% della sua produzione, che a quel 70% che lo consacra fra i più grandi fotografi del ’900. Per lui, del resto, SM non significava “sadomaso” ma “sesso e magia” e il suo impegno costante e quotidiano è sempre stato quello di svelare e combattere i tabù. Tanto che nelle sue composizioni si assiste a un costante passaggio dal diabolico al sublime».
Le sue immagini sono state ampiamente adottate dalla comunità omosessuale: Mapplethorpe era anche un attivista?
Ho studiato a fondo l’Archivio di New York ed è risultato evidente che Mapplethorpe non è mai stato un attivista. Le sue fotografie sono state utilizzate per la causa ma da altri, non da lui. Certo, alcune le ha realizzate anche per provocare ma non era questo il suo scopo primario. Io stesso che, lo ammetto, mi sono avvicinato al suo lavoro con tutti i preconcetti dell’eterosessuale (e qui devo ringraziare Paolo Rumi per avermi aiutato a comprenderli), ho capito che la sua era una ricerca anche e soprattutto formale, per cui fotografare un pene o fotografare un fiore (e i suoi fiori sono magnifici) era per lui e per il suo pubblico la stessa cosa. Quando, dopo aver realizzato i collage fotografici fatti con fotografie tratte da riviste pornografiche (che esponiamo per la prima volta in questo trittico di mostre), Mapplethorpe scoprirà la Polaroid e capirà di poter lavorare su propri materiali fotografici, allora svilupperà una narrazione dal taglio sensuale su sé stesso.
Un cambio di passo si manifesta con l’adozione prima di una normale macchina fotografica, poi di una sofisticata Hasselblad 500 C, dono di un suo compagno.
È vero, ma questo cambiamento si verifica anche per effetto della scoperta dei disegni omoerotici di Tom of Finland (illustratore e disegnatore finlandese, Ndr). Lui lo segue e concepisce un altro sguardo. Certo, Mapplethorpe sapeva erotizzare qualunque tema: basti vedere i diversi ritratti in mostra, tutti fortemente in grado di restituire una sorta di trasfigurazione. Penso, per esempio, al ritratto di Truman Capote, in cui si coglie una vibrazione destabilizzante e potente.
Nel suo testo in catalogo lei chiama in causa, per le fotografie di nudi di Mapplethorpe, le sculture di Michelangelo, Bernini, Canova (e il catalogo stesso si chiude con un eloquente confronto tra sue fotografie e immagini di antiche sculture), artisti che, scrive, «hanno reso erotico il marmo quasi più del corpo vero».
Sì, vero, ma la voglio rendere ancora più semplice: lui ripeteva che avrebbe voluto fare lo scultore, infatti agli esordi crea i collage tridimensionali, che sono piccole sculture, poi però capisce che con la fotografia si possono fare «sculture» in modo più facile e veloce. E così farà.
Mapplethorpe è morto giovane, a 42 anni soltanto. Qual è stato il suo lascito alle generazioni successive?
La sua legacy è enorme: è lui che ha dato il la a quella fotografia più intima, quasi diaristica, in cui ogni scatto è frutto di una meticolosa messa in scena nello studio. La domanda da porsi quindi è: un’artista strepitosa come Nan Goldin (o anche come Cindy Sherman o Shirin Neshat) potrebbe esistere senza il precedente di Mapplethorpe?
Concludendo, qual è il suo suggerimento per i visitatori?
Il mio invito è uno solo: di guardare le opere senza lasciarsi influenzare dalle vicende contraddittorie che hanno costellato la sua vita privata.
Robert Mapplethorpe, «Thomas», 1987. © Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission