Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Una veduta della mostra «Éric Baudelaire. When There Is No More Music to Write» da ICA a Milano

Image

Una veduta della mostra «Éric Baudelaire. When There Is No More Music to Write» da ICA a Milano

A Milano Éric Baudelaire racconta paure, speranze e idee con cui affrontare le sfide del presente

Con le musiche di Alvin Curran la trilogia filmica «When There is No More Music to Write and Other Roman Stories» è il cuore della mostra da ICA, costruita attraverso l’assemblaggio di immagini d’archivio

Matteo Cocci

Leggi i suoi articoli

Tra i vari aspetti che colpiscono della mostra del regista e videoartista francese Éric Baudelaire «When There is No More Music to Write», in corso dal 26 ottobre al 19 dicembre presso ICA Milano, a cura di Chiara Nuzzi e Alberto Salvadori, il più impressionante è la sensazione di testimoniare le stesse immagini di guerriglia urbana che, da qualche settimana a questa parte, si sono diffuse in Italia e all’estero. Racconta lo stesso Baudelaire: «Sono immagini raccolte anni fa a Parigi in Place de la République, lo stesso identico scenario delle proteste odierne. Non potevamo prevedere che la mostra avrebbe dialogato in modo così diretto con l’attualità, d’altra parte è la storia che si ripete: le stesse dinamiche contraddistinsero le radicali mobilitazioni politiche che attraversarono l’Italia negli anni Sessanta e Settanta. Fu allora, nel 1965, che il compositore americano Alvin Curran arrivò a Roma, sentendosi rivolgere da Franco Evangelisti, pioniere della musica elettronica, la domanda che dà il titolo alla mostra: “Non sai che non c’è più musica da scrivere?”».

La rassegna presentata a Milano nasce dall’incontro tra la ricerca cinematografica di Baudelaire e il percorso artistico e personale di Curran, sperimentatore e protagonista di una stagione musicale che ha trovato a Roma uno dei contesti più fertili. Curran, di cui Baudelaire ha fatto conoscenza durante una residenza artistica a Villa Medici, prese le parole di Evangelisti alla lettera: se la musica scritta aveva esaurito il suo mandato, l’unica via che aveva ancora senso percorrere consisteva nei suoni che le partiture tradizionali non possono contenere: improvvisazione, suoni prodotti da oggetti quotidiani, amplificazione elettronica e rapporto con lo spazio e con il pubblico diventano una costante della pratica attraverso cui il compositore indaga processi collettivi di produzione culturale. «Affermare che Curran ha teorizzato la fine dell’autorialità significherebbe semplificare il suo lavoro: di certo ha sperimentato con successo processi creativi condivisi, rendendosi però conto di quanto questo approccio potesse essere ‘pericoloso’ e caotico, per fare quindi ritorno a una dimensione più intima e governabile», racconta Baudelaire.

Il cuore della mostra è la trilogia filmica «When There is No More Music to Write and Other Roman Stories» (2022), costruita attraverso l’assemblaggio di immagini d’archivio, riprese in Super 8, registrazioni sonore e spezzoni di interviste a Curran. I tre filmati vengono oggi distribuiti, in loop, tra gli austeri saloni di ICA: al piano terra viene proiettato «When There is No More Music to Write» mentre al primo piano trovano spazio «A Lost Score» e «Four Flat Tires», oltre a una selezione di materiali d’archivio raccolti e organizzati dallo storico della musica Maxime Guitton e una serie di opere grafiche dello stesso Baudelaire. Il ritratto di Curran che emerge dalla mostra, che evita qualsiasi tentativo di ricostruzione biografica della sua vicenda, è affidato da Baudelaire a un montaggio frammentato che, curato dalla collaboratrice Claire Atherton, replica sul piano visivo l’assoluta libertà creativa che il compositore applicava a quello sonoro, in un percorso fatto di incontri, episodi marginali, elementi musicali e frammenti di memoria.

Una veduta della mostra «Éric Baudelaire. When There Is No More Music to Write» da ICA a Milano

Spiega Baudelaire: «Le parole di Evangelisti prese a esempio da Curran sono diventate per me un mantra, tanto artistico quanto politico. Quando tutto ciò che conosciamo è diventato obsoleto, serve trovare un nuovo linguaggio, un nuovo paradigma di pensiero. È quanto ho cercato di fare in altri miei film, a esempio in “Un film dramatique” (2019) e “Letters to Max” (2014): nel primo affidando quanto più possibile la narrazione di un gruppo di studenti di una scuola media della periferia parigina, delle loro paure, speranze e idee alla loro stessa voce, grazie alle videocamere che ho fornito loro senza dare particolari indicazioni su che uso farne; nel secondo, documentando il paradosso dell’esistenza dell’Abcasia, uno Stato non riconosciuto del Caucaso, attraverso 74 lettere scritte all’ex ministro degli Esteri Maxim Gvinjia e, in qualche modo, giunte a destinazione: un esempio di come realtà e finzione siano due facce della stessa medaglia, e di come spesso la legittimazione di una determinata realtà venga affidata a uno sforzo di pura immaginazione».

Se «When There is No More Music to Write» dipinge un affresco della complessa personalità di Curran,«The Lost Score» e «Four Flat Tires» ruotano attorno al rapporto tra la sua figura e tematiche di ampio respiro come il cinema e la politica. In «The Lost Score» viene messo a fuoco il rapporto di Curran con la Settima Arte attraverso un episodio emblematico, risalente a quando Michelangelo Antonioni gli commissionò la colonna sonora di «Zabriskie Point» (1970), che venne successivamente scartata a favore della musica dei Pink Floyd: un frammento di sette minuti della partitura originale, composta da Curran insieme a Musica Elettronica Viva, gruppo fondato nel 1966 con Frederic Rzewski e Richard Teitelbaum e a lungo ritenuta perduta, è riemerso durante le ricerche di Baudelaire e viene presentato in mostra a corredo delle straordinarie immagini di Antonioni, dando vita a una nuova relazione tra immagini e suoni e riportando in auge un episodio della sperimentazione cinematografica e musicale in Italia.

In «Four Flat Tires» lo spettatore viene riportato alla mattina del 16 marzo 1978 in cui le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro: una vicenda che ha segnato per sempre l’immaginario collettivo italiano e viene ora riproposta e filtrata attraverso la storia di Antonio Spiriticchio, fioraio che era solito lavorare all’incrocio dove Moro fu rapito e che, trovandosi con quattro ruote bucate, quel giorno non poté recarsi al lavoro e diventare testimone del sequestro: la narrazione di Baudelaire trasforma così un evento storico di portata nazionale in una vicenda intima e individuale, fatta di casualità, incidenti di vita quotidiana e infinite possibilità di interpretazione. Gli stessi elementi che contraddistinguono anche il pensiero e la pratica di due artisti quali Curran e Baudelaire, capaci di riscrivere costantemente i propri paradigmi una volta che si svuotano di significato, come la mostra di ICA non manca di mettere in evidenza.

Una veduta della mostra «Éric Baudelaire. When There Is No More Music to Write» da ICA a Milano

Matteo Cocci, 29 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Matteo Cocci

Leggi i suoi articoli

A Milano Éric Baudelaire racconta paure, speranze e idee con cui affrontare le sfide del presente | Matteo Cocci

A Milano Éric Baudelaire racconta paure, speranze e idee con cui affrontare le sfide del presente | Matteo Cocci