Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Giovanni Anselmo, «Linea terra», 1970-2017, Collezione privata, Torino

Foto © Paolo Mussat Sartor

Image

Giovanni Anselmo, «Linea terra», 1970-2017, Collezione privata, Torino

Foto © Paolo Mussat Sartor

A Lugano Giovanni Anselmo e l’energia invisibile della materia

Repetto Gallery ripercorre oltre 50 anni di ricerca dell’artista attraverso otto opere emblematiche, dalla «Torsione» alla bussola di «Mentre la terra si orienta»

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Un anello e una sbarra, entrambi di ferro, e strisce di tessuto ritorte fino al loro limite massimo: sono questi i materiali di cui, nel 1968, si servì Giovanni Anselmo (Borgofranco d’Ivrea, 1934-Torino, 2023; Leone d’Oro per la Pittura alla Biennale di Venezia del 1990) per creare la scultura «Torsione», una delle opere identitarie dell’Arte Povera. A ben vedere, però, non sono quelli soltanto i materiali di cui l’opera è fatta, perché la componente primaria di questo come di tanti altri suoi lavori è l’energia: qui, l’energia compressa e trattenuta a forza in quel viluppo, pronta a liberarsi se solo si scosta leggermente l’estremità della sbarra dalla parete. C’è dunque un’entità invisibile ma ben presente, una forza segreta capace di modificare in qualunque istante la scultura e farne altro da ciò che appare nel suo stato di (apparente) quiete. Ma non è questa l’unica forza coinvolta nei suoi lavori da questo artista così radicale, perché di volta in volta Anselmo si è servito degli effetti del tempo, della gravità, del magnetismo terrestre, dell’equilibrio, della perdita di volume causata dal deperimento organico (la notissima «Scultura (o Struttura) che mangia», 1968; nella fattispecie, «mangia» l’insalata), mettendo così in evidenza l’energia insita nella materia e facendosi precursore di artisti di oggi del valore di Arcangelo Sassolino, Gianni Caravaggio, Francesco Arena. 

A Giovanni Anselmo Repetto Gallery dedica a Lugano, dal 19 settembre al 18 dicembre, una personale (la prima nella Svizzera italiana e la prima delle mostre che celebrano i 60 anni della galleria) che riunisce otto suoi lavori emblematici, testimoni di oltre 50 anni di ricerca: del 1969 è «Trespolo», una mensola di pietra su cui sono posati piccoli cumuli di zucchero e di briciole, mentre un incavo contiene un poco d’acqua. Si tratta, diceva lui, di una postazione «di soccorso» per un uccello che voglia rifocillarsi, ma è evidente che si tratta di una riflessione sull’incontro tra elementi organici, deperibili, ed elementi come la pietra, tanto meno suscettibili di quelli all’azione del tempo e delle forze naturali. C’è poi «Linea terra» (1970-2017), una linea orizzontale fatta con terra incollata sul muro che, spiegava, «non è più la terra su cui camminiamo ma è il punto in cui la terra si collega in quel momento con me, col mio intervento, la mia energia, le mie considerazioni, e perciò sta in alto sul muro. È terra + colla + muro + me». Destabilizzante è «Lato destro» (1970), una fotografia (di Paolo Mussat Sartor) tratta da un negativo voltato, con il risultato che il lato destro del ritrattato (Anselmo stesso) figura invece alla sua sinistra, mettendo così in crisi i nostri parametri percettivi. Non meno allarmante per i nostri sensi, e per il messaggio che veicola (l’impossibilità di rappresentare l’infinito nella sua totalità), «Particolare del lato in alto della prima I di Infinito» (1969-75), un disegno a matita su carta, parte di una serie, che rappresenterebbe un dettaglio della «I» della parola «Infinito» tanto ingigantito da diventare un’afona campitura grigia. Rappresentare l’infinito? si chiede l’artista. Non si può: ecco il risultato. C’è poi «Particolare» (1972-2026), che si presenta come una tautologica scritta luminosa che prende forma solo se il fascio di luce che compone la parola («Particolare», appunto) è intercettato da una parete, da una mano, da un corpo, impedendo la dissoluzione dei raggi luminosi nello spazio.

Con questi lavori precoci, figurano in mostra anche due importanti opere degli anni Ottanta, due «Senza titolo» (1984 e 1989-90), formati da blocchi o da lastre di granito assicurati a tele intelaiate con un cavo di acciaio con nodo scorsoio. In entrambi la pietra è, paradossalmente, sorretta dalla tela e a tenerla in equilibrio è la forza di gravità che stringe progressivamente il cappio. Non poteva infine mancare «Mentre la terra si orienta» (2002-26), opera famosa il cui «motore» è il magnetismo terrestre, colto qui attraverso una minuscola bussola posta in un cumulo di terra. In catalogo (Silvana, bilingue), il saggio di Paolo Repetto, le immagini storiche di Paolo Mussat Sartor e quelle di allestimento di Daniele De Lonti e Vincenzo Miranda.

Giovanni Anselmo, «Lato destro», 1970, Collezione privata, Torino. Foto Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda

Ada Masoero, 18 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

A Lugano Giovanni Anselmo e l’energia invisibile della materia | Ada Masoero

A Lugano Giovanni Anselmo e l’energia invisibile della materia | Ada Masoero