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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoliA John Giorno (New York, 1936-2019), artista visivo, poeta e attivista americano, figura cardine dell’avanguardia newyorkese dell’ultimo cinquantennio, il MAMbo dedica «John Giorno: The Performative Word», la prima ampia retrospettiva italiana visitabile fino al 3 maggio. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Balbi, direttore del Museo d’Arte Moderna di Bologna e curatore della rassegna.
Perché il MAMbo dedica la mostra centrale dell’anno a John Giorno?
Perché è una figura che permette di tenere insieme molte delle questioni che attraversano oggi il dibattito sull’arte contemporanea. È stato poeta, performer, artista visivo, attivista, ma soprattutto è stato un catalizzatore di energie, un nodo fondamentale di relazioni tra mondi diversi: la poesia sperimentale, la Pop Art, la performance, la spiritualità, la cultura queer, la tecnologia. Dedicargli una mostra significa riconoscere il suo ruolo storico, ma anche la sua capacità di parlare in modo diretto al presente, a una generazione abituata a pensare il linguaggio come esperienza condivisa e non come forma chiusa.
Giorno viene spesso definito «radicale» e «visionario», in che senso?
La radicalità di Giorno non è mai stata ideologica o dogmatica. È stata, piuttosto, una radicalità pratica: l’idea che la poesia dovesse uscire dalla pagina e diventare corpo, voce, tempo e relazione. È stato visionario perché ha intuito molto presto che il linguaggio poteva funzionare come un’infrastruttura, come una rete. Ha utilizzato strumenti quotidiani come il telefono, il disco in vinile e il manifesto trasformandoli in dispositivi artistici e performativi. In questo senso ha anticipato logiche che oggi associamo alla rete, ai podcast e alle pratiche partecipative.
«Dial-A-Poem» è considerata la sua opera più celebre. È anche il centro della mostra alla Sala delle Ciminiere?
«Dial-A-Poem» è certamente uno dei fulcri della mostra: è un’opera chiave non solo nella storia di Giorno, ma nella storia dell’arte contemporanea tout court. Nel 1968 Giorno trasforma una segreteria telefonica in una piattaforma poetica collettiva: chiunque, componendo un numero, poteva ascoltare una poesia registrata da artisti, poeti e musicisti. Era un gesto semplice e allo stesso tempo rivoluzionario. In mostra presentiamo tutte le principali versioni storiche del progetto e, soprattutto, «Dial-A-Poem Italia», una nuova produzione realizzata appositamente dal MAMbo e curata da Caterina Molteni, che coinvolge oltre 30 voci della poesia italiana contemporanea. L’opera entrerà a far parte delle collezioni del museo che ne garantirà l’attivazione nel tempo.
Come si articola il resto del percorso espositivo?
È pensato come un attraversamento, non come una narrazione lineare. Accanto a «Dial-A-Poem» trovano spazio i «Flower Paintings» e i «Vinyl Paintings», in cui la parola diventa immagine, colore e ritmo visivo. È presente «Sleep» (1963) di Andy Warhol, il film che ritrae Giorno dormiente e che è diventato un’icona della storia dell’arte del ’900, così come «I Love John Giorno» di Ugo Rondinone, un’opera intensa e intima che restituisce la dimensione affettiva e relazionale della sua figura. Un’ampia sezione d’archivio, realizzata con Giorno Poetry Systems, racconta inoltre la complessità del suo lavoro come intreccio di azioni, performance, viaggi, incontri e impegno politico.
Esiste un legame specifico di John Giorno con Bologna e l’Italia?
Sì, ed è un legame reale, non simbolico. Dai materiali d’archivio emergono con chiarezza le frequentazioni italiane di Giorno, la sua presenza a Bologna, i reading, i festival, il rapporto con spazi come il Link e con una scena poetica e performativa molto attiva. Anche se John Giorno non ha preso parte direttamente alle Settimane Internazionali della Performance, il suo lavoro si inscrive pienamente in quella stessa ricerca sulla performatività che ha reso la città, tra gli anni ’70 e gli ’80, un osservatorio privilegiato per le pratiche ibride tra arte, corpo, parola e azione.
Un aspetto centrale del suo lavoro è appunto l’attivismo: come l’affrontate?
L’attivismo non è una parentesi della vita di Giorno, ma una dimensione strutturale della sua pratica. Fin dagli anni ’70 ha affermato apertamente l’identità omosessuale nella sua poesia, trasformando il desiderio in una forza politica e poetica. Negli anni ’80, di fronte all’emergenza dell’Aids, ha avuto un ruolo fondamentale nel sostegno alla comunità colpita, fondando l’Aids Treatment Project insieme a William S. Burroughs. In mostra questo aspetto emerge con chiarezza: l’arte, per lui, è sempre stata anche uno strumento di cura, di responsabilità e di presenza nel mondo.
Qual è oggi l’eredità di John Giorno?
È più viva che mai: la sua idea di poesia come esperienza performativa, la sua capacità di unire arte e vita, spiritualità e militanza, continuano a essere un riferimento per artisti di generazioni diverse. In un momento storico in cui si parla molto di comunità, di ascolto e di attenzione all’altro, Giorno ci ricorda che il linguaggio può essere uno spazio condiviso, un luogo di energia e di trasformazione. È questo, credo, il motivo per cui oggi il suo lavoro risuona con tanta forza.
John Giorno, «YOU GOT TO BURN TO SHINE», 1989. Courtesy of Giorno Poetry Systems