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Anna Aglietta
Leggi i suoi articoliDal 20 giugno al primo novembre Fotografiska Berlino presenta un nuovo progetto del fotografo e documentarista Lee Shulman (Londra, 1973): «No Place Like Home» accoglie il pubblico con una selezione di migliaia di immagini di «The Anonymous Project». Da più di dieci anni Shulman raccoglie vecchie diapositive e fotografie amatoriali, a cui dona una nuova vita grazie a mostre e installazioni site specific. A Berlino l’artista ha scelto di concentrarsi sul tema della casa come spazio sicuro e familiare, ma anche come punto di incontro tra persone di culture e tradizioni diverse. L’abbiamo incontrato per discutere del suo lavoro e dei suoi progetti.
Com’è nata l’idea per «The Anonymous Project»?
Non è davvero una mia idea, sono stato, in un certo senso, trascinato. Mi ricordo queste serate con mio padre, in cui guardavamo le diapositive delle vacanze di famiglia… Erano i primi tentativi di fotografia, di video amatoriali, e me ne innamorai: c’era una certa magia, con le luci spente e mio papà che mostrava delle immagini anche imbarazzanti, ma non importava perché erano della famiglia. Circa dieci anni fa, mi sono venuti in mente questi momenti e ho fatto una ricerca su Internet, dove ho trovato centinaia di annunci su eBay per diapositive vintage: senza pensarci, ne ho comprata subito una scatola. Quando sono arrivate, le ho scansionate e mi ricordo di aver pensato che erano incredibili, così colorate e luminose, nonostante avessero più di 70 anni. Quando ho iniziato a condividere con il pubblico, ho realizzato qualcosa di magico: la fotografia può essere più del nome del fotografo. In un certo senso, siamo tutti fotografi, soprattutto al giorno d’oggi. Quando ho iniziato questo progetto, ho deciso di smettere di fare fotografie per un po’ e di concentrarmi sulle immagini che abbiamo già. Questo mi permette di approcciare la fotografia da un punto di vista emotivo, partendo dalle fotografie di famiglia, che sono il punto da cui partiamo tutti. E più raccoglievo immagini, più mi rendevo conto che famiglie diverse vivono gli stessi momenti, creando una memoria collettiva di una famiglia gigante.
Per il progetto, che ormai conta più di un milione di immagini, raccoglie principalmente fotografie e diapositive fotografiche vintage. Pensa che le nuove tecnologie abbiano cambiato il nostro modo di approcciarsi alla fotografia?
Io sono un grande fan della tecnologia. D’altronde, con «The Anonymous Project» le nuove tecnologie digitali incontrano l’analogico: è straordinario, ci permettono di riscoprire immagini di 50, 70 anni fa, che erano state dimenticate. Sicuramente le immagini scattate oggi sono più filtrate rispetto a quelle che colleziono ed è cambiato il modo in cui scattiamo immagini. Quello che però rimane in comune è la relazione tra il fotografo e il soggetto; nella fotografia amatoriale, c’è sempre una relazione intima: un amico, un amante, un genitore… Ed è questo che rende una determinata fotografia speciale, onesta. Perché scattiamo un ritratto di qualcuno? Perché vogliamo immortalare un ricordo? Perché vogliamo dire che vogliamo bene alla persona? Perché vogliamo affermare «esisto, sono qui»? Fotografare qualcuno è, in sé, un atto bellissimo, puro.
Una fotografia dalla serie «The Anonymous Project» di Lee Shulman. Per concessione della Galerie Clémentine de la Féronnière
Nella mostra «No Place Like Home», in che modo viene trattato il tema della casa?
Ovviamente, con «The Anonymous Project» la maggior parte delle mie fotografie parlano del concetto di casa e di famiglia. In questo caso, mi sono ispirato al Mago di Oz e alla celebre frase di Dorothy che, quando batte i tacchi alla fine della storia, esclama: «Nessun posto è come casa». Per me la casa è il luogo in cui, isolato dal mondo esterno, puoi essere davvero te stesso, e ho deciso di esplorare che cosa possa voler dire per le persone. Oggi poi il concetto di casa, di quello che consideriamo e che possiamo considerare casa, è una presa di posizione politica.
Che cosa possono aspettarsi gli spettatori?
Bisogna venire e viverla in prima persona, diventando parte della mostra! Ognuna delle mie esposizioni è sempre unica, irripetibile, creata per un determinato contesto, quindi è la sola opportunità. «No Place Like Home» è incredibile, con oltre 15mila fotografie esposte in un ambiente immersivo. L’intera mostra è costruita intorno a un’installazione di sei totem monumentali coperti di migliaia di immagini, che creano una città illuminata, estremamente poetica. Il pubblico è incoraggiato a camminare intorno alle torri, a visitare questi piccoli momenti intimi, di vita quotidiana. Prima di arrivare ai totem, il pubblico è letteralmente invitato a entrare in una casa, in un salotto degli anni Cinquanta, a sedersi sul divano e guardare una selezione di fotografie di famiglia proiettate sul muro.
Lavora a «The Anonymous Project» da ormai 10 anni. Come si integra all’interno al suo corpus più ampio di lavoro?
Ho avuto la fortuna di avere come ispirazione, come amici, grandi fotografi: Martin Parr, a cui ho dedicato il film «I Am Martin Parr», era uno dei miei migliori amici; a breve ho un progetto a Londra con Joel Meyerowitz. E quello che ho imparato è che la fotografia non è solo l’atto di scattare una foto, ma anche l’atto di sceglierla. Tutti possono scattare fotografie, ma non tutti sanno selezionare un’immagine forte e integrarla a una narrativa per raccontare una storia. Tutti i miei progetti, come fotografo o filmmaker, hanno come obiettivo, in un senso, di avvicinare le persone, di raccontare una storia, la storia della vita. Io sono molto populista: l’arte dev’essere per tutti e le persone nelle mie fotografie sono le stesse persone a cui voglio che le mie immagini parlino. Dobbiamo ripensare il nostro approccio all’immagine, al film e concentrarci nel creare un’esperienza emotiva.
Adesso a che cosa sta lavorando?
Con Martin Parr, avevamo l’idea che, quando avrei finito il documentario su di lui, avrebbe realizzato lui un film sulla mia collezione di immagini. Purtroppo, quando è arrivato il momento, Martin non stava più bene e io non amo parlare di me stesso… Sono partito per un road trip attraverso il mondo per incontrare collezionisti un po’ matti. Questa mattina ero con una persona che colleziona orologi da muro! Le persone mi hanno sempre detto che sono ossessivo e io lo prendo come un complimento: tutti gli artisti che ho incontrato sono ossessivi, se vuoi essere bravo deve avere un’ossessione per qualcosa. Ma visto che il concetto di ossessione ha una cattiva reputazione, ho deciso di girare il mondo per fare vedere le collezioni più strane. Il risultato sarà un film divertente, gioioso, e anche di scoperta di me stesso, a livello personale e come artista. Nel frattempo, ho una mostra in corso ad Arles, «Being There», con il mio amico Omar Victor Diop, e mi sto preparando per la pubblicazione di due libri entro la fine dell’anno.
Una fotografia dalla serie «The Anonymous Project» di Lee Shulman. Per concessione della Galerie Clémentine de la Féronnière
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