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Il Monastero di Astino, incastonato da 900 anni nell’omonima valle a pochi chilometri dal centro di Bergamo, grazie all’impegno di Fondazione MIA, che lo detiene e che ne ha restaurato gli edifici e il meraviglioso paesaggio, è diventato un luogo ineguagliabile di arte, natura e quiete, che richiama ogni anno centinaia di migliaia di visitatori. Riaperto al pubblico nel 2015, dal 2016 ha aggiunto alle sue tante seduzioni l’attrattività delle mostre di fotografia, che ogni estate si aprono nei suoi spazi con la curatela di Corrado Benigni. Quest’anno, nel decennale, il curatore ha voluto compiere uno scarto generazionale rispetto alle precedenti, tutte dedicate ai grandi maestri della fotografia italiana contemporanea, e ha scelto Francesco Jodice (Napoli, 1967, vive a Milano; architetto e urbanista di formazione, artista, fotografo e filmmaker). Con «Francesco Jodice. Luoghi comuni» (dal 5 giugno al 29 novembre, libro Electa), s’inaugura una nuova linea di ricerca, che d’ora in poi guarderà alle generazioni più recenti. Ne parliamo con il curatore.
Alle spalle del nuovo progetto c’è una storia decennale di mostre e libri fotografici nel Monastero di Astino...
La prima mostra è stata, nel 2016, «Luigi Ghirri. Pensiero Paesaggio»: fu un grande successo e, con Fondazione MIA, decidemmo di scegliere proprio il paesaggio come tema centrale, trovandosi il complesso di Astino in un contesto meraviglioso, che nel 2021 gli ha meritato il Premio Nazionale del Paesaggio e il Landscape Award of the Council of Europe. Di lì è iniziato un percorso su questo tema, riletto attraverso gli artisti che l’hanno scelto come oggetto di sperimentazione intorno alla percezione dello spazio. Dopo Ghirri, ci sono stati Mario Giacomelli, Franco Fontana, Nino Migliori, Olivo Barbieri, Guido Guidi, Giovanni Chiaramonte (l’ultima sua mostra e libro lui vivente), Mario Cresci, Gabriele Basilico e Roberto Salbitani. Alcuni di loro erano fra i protagonisti di «Viaggio in Italia» (1984) il progetto-totem collettivo di Ghirri, presto diventato una pietra miliare nella fotografia del dopoguerra, e alcuni di questi (Ghirri, Barbieri, Basilico, Chiaramonte, Cresci, Guidi), con l’aggiunta di Mimmo Jodice, sono riuniti anche nel mio libro Viaggiatori ai margini del paesaggio (La Nave di Teseo, 2024). Occupandomi da sempre dei rapporti tra fotografia e altri saperi, ho individuato delle spinte di cambiamento importanti, a partire da quella impressa negli anni Settanta-Ottanta da Luigi Ghirri, colui che ha portato la fotografia nella modernità svecchiando l’utilizzo del mezzo, aprendolo all’arte e liberandolo dall’idea reportagistica. Nel decennio successivo è stato Olivo Barbieri a traghettarla nella contemporaneità aprendola a una dimensione globale e registrando i grandi mutamenti del paesaggio urbano in Oriente e in Occidente. Ora è la volta di Francesco Jodice, che dagli anni Novanta-Duemila interpreta la fotografia in un’ottica ipermoderna (non postmoderna), abolendo definitivamente ogni steccato: arte o fotografia? Lui fa dialogare le discipline, combina fra loro fotografia, video, cinema, fumetto, pittura e performance. È questo spirito d’innovazione che ha stimolato la mostra.
Francesco Jodice ha anche reintrodotto nella fotografia italiana di paesaggio la figura umana, che ne era stata espunta.
Sì, è un passaggio significativo, perché nelle sue immagini Jodice interroga il rapporto tra spazio abitato e comportamenti sociali. La sua è una «poetica civile», un’indagine sociologica, antropologica e insieme politica.
Quali progetti figurano in mostra e nel libro che l’accompagna?
Si parte dal più precoce, «Cartoline dagli altri spazi» (la sua tesi di laurea, del 1996, poi uscita nel 1998 in un libro oggi introvabile), in cui si concentra sui mutamenti del paesaggio sociale contemporaneo, sui fenomeni di antropologia urbana e sulla produzione di nuovi processi di partecipazione, mettendo in dialogo geopolitica e arte. Poi si coprono trent’anni del suo lavoro, fino ad oggi. Come tutte le mostre di Astino, anche questa è accompagnata da un libro: qui ci sono nove progetti, con 90 immagini (alcune inedite), in mostra ce n’è una sintesi. E il titolo Luoghi comuni, proprio come le sue immagini, gioca con evidenza sull’ambiguità, poiché questi luoghi dall’aspetto familiare, comune, qui diventano estranei, generano smarrimento.
Come ha circoscritto il perimetro di mostra e libro nell’orizzonte globale della produzione di Francesco Jodice?
Ho scelto, con l’autore, solo progetti che riguardano l’Italia, dunque il libro e la mostra di Francesco Jodice si possono leggere come un romanzo visivo sull’Italia contemporanea, all’interno della più ampia riflessione dell’autore sui mutamenti territoriali e antropologici che investono l’intero globo.
Francesco Jodice, «Cartoline dagli altri spazi, Naples #23», 1996