Wanda Ferragamo, tutta casa e azienda

La figura dell’imprenditrice ispira una mostra che, tra design, arte, cinema, letteratura e media, pone al centro la donna alle prese con le contraddizioni del miracolo economico

Wanda Miletti Ferragamo nel suo giardino negli anni Sessanta
Laura Lombardi |  | Firenze

È in corso sino ad aprile 2023 al Museo Salvatore Ferragamo di Firenze una mostra dal titolo «Donne in equilibrio 1955-1965», a cura di Stefania Ricci ed Elvira Valleri. Ispirata alla figura di Wanda Ferragamo (scomparsa quasi centenaria nel 2018) la rassegna intende restituire un modello di femminilità attiva nel decennio cruciale del cosiddetto miracolo economico italiano. Ce ne parlano le due curatrici, Stefania Ricci, storica dell’arte e direttrice da molti anni del museo, ed Elvira Valleri, storica.

Stefania Ricci, come nasce la mostra?

Già nel 2010 avremmo voluto fare una mostra incentrata sulla figura di Wanda Ferragamo ma lei non volle, e così il progetto fu declinato sul lavoro dei dipendenti dell’azienda con una bella raccolta di memorie intitolata «A regola d’arte». Per rispettare la sua volontà di non apparire, abbiamo deciso di concentrare la ricerca sul decennio in cui la signora Ferragamo comincia a recarsi in azienda, pur senza ancora lavorarci, fino a quando si trova invece ad assumere tutto sulle sue spalle. «Si è fatto come si fa in casa», diceva a proposito della gestione dei conti, e ciò dimostra come applicasse nella gestione la stessa idea della cura che rivolgeva alla famiglia. Con Elvira Valleri abbiamo costituito un comitato scientifico che raccoglie esperti di molte discipline. Va però chiarito che, se il catalogo si offre come oggetto di studio, la mostra ha un aspetto accattivante, con un taglio estetico e non solo documentario.

Elvira Valleri, qual è la condizione della donna che emerge da questa mostra?

Abbiamo voluto sottolineare quanto la storia delle esperienze femminili possa rappresentare la cartina di tornasole di quello che appunto si chiama miracolo economico, che però reca con sé elementi contradditori. L’aumento dei consumi in quel periodo non corrisponde a una pari evoluzione dei costumi e ciò si percepisce anche nel cinema, dove non esiste ancora in quel decennio una forte presenza femminile tra i registi. La mostra presenta una scelta importante di pellicole («Nel segno di Venere», «Io la conoscevo bene», «Guendalina», «Donatella», «La visita» ecc.), da cui emergono aspetti chiave di questo rapporto tra tradizione e modernità. In mostra è anche visibile l’innovativo cortometraggio di Marinella Pirelli, «Gioco di dama».

Come si articola il percorso espositivo?

Il filo conduttore scelto dallo scenografo Maurizio Balò è la casa. Si procede per stanze, ciascuna ispirata da una frase che accompagna il visitatore. Ci sono moltissimi oggetti di design dell’epoca che restituiscono la vita della famiglia come universo autoreferenziale, proposto anche dalle pubblicità di quegli anni. Pur convinta del ruolo della donna nel mondo del lavoro, la signora Ferragamo affermava che le casalinghe rivestivano più ruoli, quello del ragioniere, dello chef, dell’interior designer, del ceo. Il lavoro delle donne è presentato anche attraverso i nuovi mestieri del tempo, come le hostess, ma anche le sartorie femminili da cui proveniva il 70% della moda italiana di quegli anni: vere e proprie aziende, come le Sorelle Fontana o Gigliola Curiel.

In mostra c’è anche una rarità: un vestito in nylon della ditta Apem che era della Rinascente. Tra le imprenditrici, Onorina (Rina) Brion con gli elettrodomestici Brionvega o Angiola Maria Barbizzoli della Campari. Ci sono poi le architette e designer, come Gae Aulenti con l’iconica lampada «Pipistrello», le donne scrittrici, vincitrici del premio Strega, come Natalia Ginzburg o Elsa Morante; ma anche le sorelle Giussani inventrici di «Diabolik», la senatrice Angela Merlin, autrice della legge che abolì il regolamento della prostituzione.


La mostra si spinge però anche oltre quel decennio. Come?

Una stanza è dedicata alla cameretta delle ragazze di allora, con il Geloso, la radiolina, il giradischi, il phon ecc... Uno spunto per affrontare i rapporti di genere oggi, come emerge dalle interviste fatte dallo studio di Rampello&Partners a giovani donne dell’ultima generazione.

C’è anche Giosetta Fioroni...

È un’artista che ha molto lavorato proprio sul tema della famiglia in modo ironico e originale. Non voleva essere chiamata femminista, perché farlo era denunciare, almeno in quel momento storico, una debolezza, una differenza.

Un ruolo importante nella mostra lo svolgono le donne fotografe. Che cosa emerge dai loro sguardi?

La sezione, curata da Walter Guadagnini, traduce le dinamiche familiari in Italia da nord a sud con l’imperio maschile (Lisetta Carmi o Chiara Samugheo), ma c’è anche Giulia Niccolai che segue le campagne elettorali di Nixon e di Kennedy. Senza dimenticare i fotoromanzi (Marisa Rastellini) e il rotocalco.

© Riproduzione riservata Una veduta dell’allestimento della mostra «Donne in equilibrio 1955-1965» al Museo Ferragamo di Firenze Una veduta dell’allestimento della mostra «Donne in equilibrio 1955-1965» al Museo Ferragamo di Firenze
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