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Musei

Virtual Experience | MAMbo vs Met Breuer

Quale lezione possiamo trarre dal lockdown, ora che i blocchi stradali verranno rimossi e i musei riapriranno?

Fig. 1 Screenshot da 2 minuti di «MAMbo 11. Giorgio Morandi»

«Questa fretta, io dico, è continuata per alcune settimane, vale a dire per tutto il mese di maggio e di giugno, e ancor più perché si vociferava che un ordine del Governo stava per essere emesso a sbarrare le strade per impedire alle persone di spostarsi e che i paesi lungo la strada non avrebbero tollerato le persone provenienti da XXX [Londra] per paura che portassero il contagio». Sembrano di adesso e, invece, queste parole le scriveva Daniel Defoe a proposito della pestilenza che afflisse Londra nel 1665 (A Journal of the Plague Year, 1722).

Quale lezione possiamo trarre dal lockdown, ora che i blocchi stradali verranno rimossi e i musei riapriranno? A cominciare dal fatto che, a fronte di un’offerta potenzialmente immensa, la limitatezza dei mezzi informatici e l’assenza di una rete comune, user-friendly e sovracomunale, trasforma il viaggio virtuale in un faticoso cross country. E non è solo una questione di risorse. Facciamo un confronto.

Esco virtualmente di casa e in quattro passi entro nel sito del Museo di Arte Moderna di Bologna. Con l’iniziativa 2 minuti di MAMbo #iorestoacasa #smartMAMbo, il MAMbo offre online «un format di engagement digitale» che prevede l’implementazione di nuovi contenuti video girati con una tecnologia basica, lo smartphone, dentro il museo o da remoto, accompagnati dall’hashtag #smartMAMbo. Proseguendo, si è indirizzati al canale YouTube MAMbo channel del museo, che propone una serie di brevi video-appelli-monologhi di personaggi più o meno noti (tra i quali scopro anche mio padre).

La «risposta digital del Museo d’Arte Moderna di Bologna alla sospensione dell’apertura dei musei disposta dal Dpcm dell’8 marzo 2020 sul contenimento della diffusione del Coronavirus» (sic) mostra la corda della sua tecnologia «basica», con audio e riprese amatoriali, ma di questo ci avevano avvertito. Quello che lascia davvero perplessi della «risposta digital» è il gergo, e sarebbe bello se l’#iorestoacasa si dicesse anche in relazione alla nostra lingua. Perché fra digital, format di engagemente YouTube channel, l’uso immotivato di termini «internazionali» scopre solo un nervo «provinciale», anche in campo «digital».

Per restare in tema di arte contemporanea, attraverso l’oceano ed entro al Met Breuer di New York, dove sarebbe in corso la mostra «Gerhard Richter:Painting After All» (quasi un titolo profetico, come dire che, dopotutto, si continua a dipingere).

Una sfilza di still life accompagnati dal suono straniante di Arvo Pärt. Sono tentato di «cambiare canale», poi scopro che sul sito c’è anche il video «Gerhard Richter Painting» (Zero One Film, per la regia di Corinna Belz, dura 1:37:42).

E, siccome il tempo non mi manca, mi metto comodo sul divano e mi godo lo spettacolo di un documentario che comincia con l’artista che armeggia con una telecamera. Da vedere. Tra l’uno e l’altro video, la visita virtuale al Met dura quasi due ore, che è più o meno quanto in media impiegherei per vedere la mostra.

E siccome guardare un pittore al lavoro è sempre uno spettacolo affascinante, ne «esco» soddisfatto. Per chi volesse «restare» un po’ di più, la scelta di video sul tema dell’arte contemporanea sul sito del Met è da sempre molto ampia, e comprende una serie di «Artist Interview» dalle quali i nostri musei potrebbero imparare. Anche copiando, perché no?

Marco Riccòmini, edizione online, 10 maggio 2020


  • Screenshot da «Exhibition Tour - Gerhard Richter: Painting After All»

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