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Opinioni

Venezia: la denuncia di Francesco Bandarin

L'ex direttore dell'Unesco stigmatizza l'incapacità dell’Organizzazione di proteggere Venezia nella riunione del Comitato del Patrimonio Mondiale a Baku

Francesco Bandarin

Il Comitato del Patrimonio Mondiale dell'Unesco ha appena concluso il suo incontro annuale a Baku, Azerbaigian (30 giugno-10 luglio), dove ha dato prova di una completa indifferenza per la questione della salvaguardia di Venezia. C’è da chiedersi se l'Unesco sia ancora in grado e se voglia continuare a impegnarsi in quella che è stata una delle sue più significative campagne di salvaguardia internazionale. Venezia era così importante per l'Organizzazione che è stata l'unica città al mondo in cui si è creato un ufficio specifico per la salvaguardia.

All'incontro di Baku, l'Unesco ha presentato un progetto di decisione che approva («accoglie con soddisfazione...» nel gergo ufficiale) una soluzione per il trasferimento del passaggio delle grandi navi da crociera fuori dal bacino di San Marco. Il problema è che questa soluzione non era mai stata presa in considerazione dal Governo italiano, né convalidata dai necessari studi di impatto ambientale.

Questa soluzione propone il trasferimento dell’attuale porto crocieristico dalla Stazione Marittima, ubicata nel centro storico, alla zona industriale di Marghera sulla riva interna della Laguna e il trasferimento del passaggio delle grandi navi da crociera dall’attuale bocca di porto del Lido a quella Malamocco. Una parte delle navi potrebbero arrivare a Marghera attraverso il canale dei Petroli, mentre le meno grandi potrebbero, attraverso il Canale Vittorio Emanuele III attualmente dismesso, arrivare alla Stazione Marittima di Venezia. Questa soluzione comporta importanti scavi dei canali di navigazione e pertanto ha impatti significativi sulla morfologia e sull'ambiente della Laguna, e non ha mai ottenuto l’approvazione degli organi di tutela dell’ambiente.

Il Comitato del Patrimonio Mondiale non ha aperto la discussione su questo punto e ha ciecamente adottato la risoluzione che era stata presentata, approvando una soluzione sostenuta dalle compagnie di crociera e dal governo locale, ma osteggiata dalle organizzazioni ambientali, nonché dall'Ente direttamente responsabile del progetto, il Ministero delle Infrastrutture italiano.

Come si arrivati a questo? Una semplice telefonata al suo ufficio di Venezia sarebbe stata sufficiente all'Unesco per rendersi conto che la soluzione proposta era solo una delle tante allo studio, e non rappresentava in alcun modo una risposta al problema. Per capire che cosa è successo, bisogna vedere come è organizzato il procedimento.

Il problema della salvaguardia di Venezia è stato discusso dal Comitato del Patrimonio Mondiale nel 2014. In questa occasione, il Comitato ha avvertito l'Italia che la città avrebbe potuto essere iscritta nell'elenco dei siti in pericolo dell'Unesco, a meno che non fossero adottate importanti misure di salvaguardia.

Il caso di Venezia è stato poi ancora discusso nel 2016, quando il Comitato ha affrontato le questioni del passaggio delle grandi navi da crociera nel bacino di San Marco, della gestione del turismo e del ripristino dell'equilibrio dell'ecosistema lagunare.

Con grande disappunto delle organizzazioni ambientaliste, il Comitato non aveva allora iscritto Venezia nell'elenco dei siti a rischio, ma aveva dato al Governo italiano due anni per adottare soluzioni efficaci e per dimostrare che il processo di deterioramento della città era stato invertito. Il recente incontro a Baku avrebbe quindi dovuto costituire il momento della verità, un'opportunità per il Comitato di verificare che i problemi di Venezia erano stati adeguatamente affrontati.

Il Governo italiano aveva in effetti inviato all'Unesco un rapporto sulla questione, ma questo conteneva solo il progetto proposto del Comune di Venezia, che da tempo si era dichiarato favorevole alla soluzione di Marghera e contrario alle altre soluzioni allo studio, alcune delle quali avevano già ottenuto l'approvazione della Commissione Nazionale per la valutazione di impatto ambientale.

Questo rapporto, che è stato trasmesso all'Unesco dai Ministeri della Cultura e degli Affari Esteri, e che è stato preso in considerazione senza alcuna verifica, è alla base della redazione di una risoluzione che non ha alcuna relazione con la situazione reale.
E evidente anche come non ci sia stato un coordinamento su questo tema tra il Ministero della Cultura e il Ministero delle Infrastrutture e, sebbene questo sia indicativo dell’attuale situazione interna del Governo italiano, non può giustificare un «copia e incolla» da parte dell'Unesco, soprattutto considerando i suoi 50 anni di impegno per la salvaguardia di Venezia.

Aprire il dibattito su questo tema al Comitato e consentire di discutere le numerose questioni sollevate dai delegati nel 2016, avrebbe ovviamente potuto evitare l'approvazione alla cieca di un testo che lascia le mani libere agli imprenditori dell’industria crocieristica.
Ma nessuno dei delegati presenti al Comitato ha avuto il coraggio di chiederlo. Alcuni temevano che aprendo la discussione la risoluzione sarebbe stata diluita e indebolita, mentre altri delegati non volevano mettersi in contrasto con gli interessi dell'Italia, perché aprire l'argomento alla discussione avrebbe rivelato al mondo che nessuna soluzione al problema era stata trovata negli ultimi tre anni.

Questo atteggiamento è stato ancora più sorprendente perché solo un mese prima, il 2 giugno, un incidente che aveva coinvolto una grande nave da crociera a Venezia aveva avuto grande risonanza nella stampa internazionale (da notare che un secondo incidente ha avuto luogo proprio durante la sessione del comitato). Inoltre, mentre tutti i delegati erano ancora a Baku, la soluzione proposta nella risoluzione è stata formalmente respinta dal ministro italiano delle Infrastrutture.

Ma questo è stato ignorato, così come è stato ignorato un appassionato appello della rispettata organizzazione Europa Nostra. A questo punto, si può solo essere sorpresi di ciò che sta accadendo. È mai possibile che l'Unesco abbia perso la capacità di svolgere il ruolo storico che è stato suo per 50 anni, dall’appello per Venezia lanciato da René Maheu dopo la grande alluvione del 1966? Che Venezia sia diventata un mero caso burocratico che non merita nemmeno una semplice verifica dei fatti, una semplice telefonata? E il Comitato? Perché un caso di questa importanza richiede che i delegati abbiano l’accordo diplomatico dal loro governo per discuterne? Che cosa rimane dell'etica e dell'impegno a proteggere il patrimonio mondiale?

La crescente politicizzazione di quello che un tempo era un dibattito approfondito sulla protezione del patrimonio sta uccidendo la speranza della comunità internazionale di esperti che sono impegnati da decenni per la salvaguardia delle più straordinarie meraviglie del mondo. Possiamo fare qualcosa per far uscire il Comitato del patrimonio mondiale dell'Unesco da questo triste mercato di scambio di favori tra Paesi e restituirgli il ruolo che ha avuto quando fu adottata la Convenzione del Patrimonio Mondiale nel 1972? Questa è la domanda che si pongono tutti coloro che lavorano per la tutela di Venezia,  e in definitiva tutti i siti del Patrimonio Mondiale.



Francesco Bandarin, autore dell'articolo, è l'ex direttore del Centro del patrimonio mondiale dell'Unesco (2000-2010) e l'ex vicedirettore generale dell'Unesco per la cultura (2010-2018). È consigliere speciale del direttore generale dell'Iccrom.

Francesco Bandarin, edizione online, 12 luglio 2019


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