Uno schiaffo ai «docenti» americani

Volontari e non pagati, rischiano di perdere il posto centinaia di persone che forniscono visite guidate o istruzioni in aree di attività speciali

La facciata Nord dell'Art Institute of Chicago
Maria Sancho-Arroyo |

Negli ultimi anni i musei americani sono stati costretti a confrontarsi con la politica in numerose occasioni, dalle eredità del colonialismo alla provenienza dei loro finanziamenti. Sulla scia dell’uccisione di George Floyd da parte della polizia e delle successive proteste, i musei sono stati nuovamente messi sotto osservazione per la loro gestione su questioni razziali nelle mostre e sul posto di lavoro. Per poter svolgere le loro funzioni di educazione, i musei hanno bisogno di un ampio ventaglio di professionisti.

Storicamente nei musei americani accanto ai dipendenti hanno spesso lavorato anche volontari. Fra questi, i cosiddetti «docenti» sono volontari non pagati che forniscono visite guidate o istruzioni in aree di attività speciali. Per darvi un’idea della loro importanza, al Metropolitan Museum di New York 400 dei mille volontari del museo sono «docenti».

Il privilegio economico inerente all’impegnarsi in un lavoro gratuito al servizio di un’istituzione tende a sbilanciarsi verso una certa fascia di popolazione. Un modo per contribuire a rendere il pool di candidati più inclusivo, aumentando il numero di persone di colore, sarebbe quello di trasformare queste posizioni in lavori pagati. Ma per la maggior parte dei musei, specialmente quelli di medie o piccole dimensioni, ridurre il numero di volontari non sembra fattibile, specialmente dopo i molti mesi di chiusura e di ridotta affluenza a causa della pandemia.

Un caso ha destato clamore nelle ultime settimane. L’Art Institute of Chicago, uno dei più grandi e importanti musei degli Stati Uniti, ha deciso di cambiare radicalmente il suo programma di docenti. Così a settembre il museo ha inviato una lettera ai suoi 82 docenti attivi, la maggior parte dei quali erano donne bianche di una certa età, informandoli che il loro programma stava per finire.

La lettera spiegava che il museo avrebbe introdotto gradualmente un nuovo modello basato su educatori pagati e volontari «in modo da consentire a tutti i membri della comunità, senza distinzione di reddito e di classe sociale, di partecipare al programma». Quello che il museo non si aspettava era la forte reazione da parte dei docenti che hanno interpretato il loro brusco licenziamento come uno schiaffo in faccia, anche alla luce del rigoroso periodo di formazione della durata di 18 mesi e con un elevato numero di ore dedicate al museo.

Nessuno contesta la necessità di allargare e abbracciare una popolazione più diversificata e inclusiva di docenti, ma molti hanno criticato la modalità adottata. «In nome di quella che chiamano diversità civica, il museo ha buttato a mare un gruppo di persone che in realtà vede come proprio dovere quello di aiutare il pubblico a capire l’arte», ha scritto il «Wall Street Journal».

Riusciranno i musei americani a diversificare la categoria dei docenti con le problematiche condizioni economiche in cui versano e senza creare altre difficoltà? Possono fare a meno dei volontari non pagati? La volontà c’è e molti musei si stanno muovendo in quella direzione, anche se ci vorranno molti anni prima di arrivare alla situazione ideale.

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