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Una Biennale 4x4 a Berlino

Un quartetto di curatori latinoamericani per l’11ma edizione della rassegna di arte contemporanea

Il team curatoriale della 11ma Biennale berlinese d’Arte contemporanea: da sinistra, Renata Cervetto, Agustín Pérez Rubio, María Berríos e Lisette Lagnado  Foto di Anthea Schaap

Come da consuetudine, anche questa 11ma edizione della Biennale d’Arte Contemporanea di Berlino è stata strutturata in quattro capitoli, con un leggero slittamento delle date programmate a settembre 2019 per via della pandemia da Covid-19 che anche in Germania ha portato alla cancellazione di numerosi eventi culturali e alla chiusura di molte strutture espositive e museali.

Con le dita incrociate gli organizzatori attendono l’apertura del IV ciclo, l’epilogo della Rassegna 2019-20, programmata per il 5 settembre e con chiusura prevista l’1 novembre. La kermesse è ospitata in quattro strutture berlinesi: anzitutto nella sua sede storica, dal 1998 ad oggi, il KW Institute for Contemporary Art; nella daadgalerie a Kreuzberg, internazionalmente nota per aver creato nel 1965 il «Programma di Residenza per Artisti», scrittori, musicisti e registi di tutto il mondo, e dal 1978 aperta come spazio espositivo nell’ex Berlino Ovest; nel monumentale Martin Gropius Bau che sotto la guida di Stephanie Rosenthal ha aperto a programmi di scambi internazionali e si propone come luogo di riflessione artistica, storica, geografica sul ruolo dell’istituzione in città; nei locali dell’ExRotaprint a a Wedding, una fabbrica degli anni Cinquanta dismessa convertita da un collettivo di artisti in «area a uso eterogeneo per lavoro, arte e affari sociali» con affitti accessibili a tutti e circa 10mila metri quadrati di pura democrazia artistica.

Le tre curatrici sudamericane, María Berríos, Renata Cervetto, Lisette Lagnado, insieme al curatore conterraneo Agustín Pérez Rubio, hanno sottolineato in modo particolare i motivi che le hanno portate alla scelta dei luoghi ospitanti, prediletti per il loro carattere storico e/o innovativo e intergenerazionale; ma l’aspetto che contraddistingue questa edizione è il dichiarato identificarsi del quartetto latino in una «unica identità femminile», la sola possibile «per lo scambio di diverse prospettive nel nome di un totale rifiuto di discriminazioni e di qualsiasi tipo di aggressione sulla base di razza, colore della pelle, origine, etnia, nazionalità, lingua, orientamento sessuale, identità di genere, credo, religione, visione del mondo, età, stato familiare, menomazioni fisiche o mentali e malattie croniche». Un inequivocabile, chiaro endorsement in quest’epoca di preoccupanti rigurgiti sovranisti e nazionalisti, colorati di razzismo, misoginia, omofobia, xenofobia non solo in Germania. Con lavori di oltre 60 artisti (nessun italiano) e collettivi internazionali.

Francesca Petretto, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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