Un monumento inglese per la miniatura italiana

Un ponderoso volume di Jonathan J.G. Alexander è la sintesi più avanzata di quest’arte tutt’altro che minore

Graduale, bordo inferiore con lo scriba Adeodato da Monza (a sinistra) e il committente Angelo Cerioni da Albenga (al centro), 1532, di Bartolomeo Neroni, miniatura su pergamena, particolare, Genova, Biblioteca Civica Berio
Angela Dillon Bussi |

Gli «exerga» degli autori riflettono la loro personalità; anzi un po’ la svelano. L’inglese Jonathan J.G. Alexander, autore di un prestigioso volume sulla miniatura italiana del Rinascimento ha premesso ai «ringraziamenti» due citazioni di scrittori di lingua inglese come lui: Lawrence Sterne, il cui Viaggio sentimentale attraverso Francia e Italia fu tradotto da Ugo Foscolo, e Sir Harry Luke, funzionario britannico di grado elevato (Alto Commissario per la Palestina e la Transgiordania), che accompagnò la sua carriera politica scrivendo libri ispirati e ambientati nei luoghi delle sue molteplici residenze di servizio, spesso esotiche.

Nel romanzo di Sterne La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, il protagonista, che sta scrivendo un libro, dichiara che «Il materiale cresce sotto le nostre mani. Che nessuno dica: Arriverò a scrivere un volume in dodicesimo». Alexander trova la stessa giustificazione alla ponderosità del suo volume sulla miniatura, risultato ben superiore in estensione alle sue stesse aspettative.

Alexander rinvia anche all’introduzione di Sir Harry Luke al volume Leaves from our Tuscan Kitchen e in particolare al punto in cui si parla de «L’appello perenne dell’Italia ai popoli delle Isole Britanniche, un appello promosso dagli umanisti inglesi del Rinascimento», per sottolineare la ben nota e plurisecolare attrazione esercitata dall’Italia sugli inglesi.

Soprattutto perché viene qui ricollegata all’Umanesimo, il grande soffio di nuova civiltà che, sprigionatosi da Firenze, Venezia, Padova, conquistò in breve i popoli transalpini, andando a dar luogo a quell’epoca d’oro per le arti (e per lo spirito) che chiamiamo Rinascimento: un movimento culturale che fu italiano come europeo, fondato sullo studio e l’emulazione dell’antichità classica, corroborato da un accresciuto senso di soggettività.

Senza esagerare si può dire che per Alexander il fascino degli studi italiani è stato così potente da indurlo a dedicargli la maggior parte della propria attività professionale e a farne un cultore di essi non troppo dissimile dai filologi quattrocenteschi che indichiamo con il nome di umanisti. Al suo fianco, nei primi tempi, ci fu Albinia Catherine de la Mare, del tutto simile a lui per ambiti di ricerca, territoriali e cronologici, ma diversa per specializzazione.

Lei paleografa, lui storico dell’arte, ambedue ricchi di un’eccezionale preparazione storica che, per chi pratica una seria codicologia, è strumento fondamentale. Da studiosi come loro, non comuni per l’energia e la passione che hanno riversato nella materia, derivano immancabilmente accelerazioni nel progresso di acquisizione del sapere, solitamente lento e faticoso.

Lo dimostra appieno il libro di Alexander che una specialista di storia della miniatura italiana loro contemporanea, Giordana Mariani Canova, ha definito un «monumento». E non si potrebbe diversamente definirlo in una sola parola. Il libro è infatti il sommo raggiungimento, uno strumento per nuove scalate e nuovi umanisti nel campo della storia dell’arte.

In piena sintonia con la mutata concezione della miniatura, cui si è assistito a partire dal secolo scorso e di cui Alexander è stato uno dei maggiori promotori, la materia non viene affrontata principalmente sotto il punto di vista stilistico. Questo è un approccio del passato al quale si deve l’erronea definizione della miniatura come arte minore; definizione del tutto indebita perché, come la pittura, la miniatura spazia tra il puro artigianato e l’arte vera e propria, quella cioè sostanziata dallo spirito.

La trattazione della materia è ampia, spazia dalla divisione della miniatura su base regionale a capitoli in cui argomenti noti, ma non ancora sistematicamente trattati, trovano per la prima volta ordine e completezza. Si tratta ad esempio del commercio librario, della dispersione dei codici, della committenza, delle tipologie testuali, del rapporto fra testo e immagine, per citarne alcuni. Qui è sufficiente evidenziare che per tutti i quesiti che si pongono al ricercatore, vengono offerti i mezzi per la loro soluzione o, per lo meno, per l’avvio del loro percorso cognitivo.

Per contro il libro scritto da Alexander non è solo un manuale. La scorrevolezza dell’esposizione ne fa anche anche un compendio storico di gradevole lettura in cui l’autore dà conto dei risultati personalmente conseguiti e delle sue convinzioni critiche su particolari problematiche. Talvolta risolte, come spesso quella dell’attribuzione dell’opera al suo autore.

Questo collegamento è uno degli scopi principali dello storico, ma, per comprendere il modo di procedere di Alexander, va evidenziato che nell’incertezza, si limita a una assegnazione di scuola o di area, rinviando alle note, sempre ricche e puntuali, lo stato critico della questione, che è integrazione fondamentale per chi si occuperà del problema.

Valga un esempio per tutti ed è il caso di un’immagine famosa: il ritratto dell’umanista Raffaele Zovenzoni, da lui attribuito a miniatore veneziano anonimo senza discuterne o controbattere altre proposte attributive, dedicandogli invece uno spazio notevole per evidenziare i valori innovativi legati a tale opera, non meno importanti dell’attribuzione.

Il suo procedere dunque è ispirato alla massima concretezza, intendendo come tale una storia costruita su acquisizioni sicure e dimostrate; accompagnata da una costante prudenza che non lo fa inoltrare nelle vie delle supposizioni e delle ipotesi, indispensabili al ricercatore durante il suo lavoro di scavo, ma del tutto inappropriate per un manuale, cui è demandato il compito di essere strumento quanto più possibile capace di rispondere a chi lo consulta per aiuto.

Quanto Alexander abbia tenuto fede a questa precettistica, è ben dimostrato dalla presenza di apparati che occupano nel loro insieme circa un terzo delle pagine del volume. Ne fanno parte le note, la bibliografia, gli indici. Per quanto riguarda le note, è della massima importanza tenere a mente che il compito loro affidato non è solo di chiarimento, di precisazioni, di piccole aggiunte marginali, ma è quello di consentire un ampliamento dell’argomento a cui si riferiscono.

Rimandano infatti sempre alla bibliografia essenziale e aggiornata e che spesso ha contenuti che l’autore non ha condiviso pienamente, sottraendoli dal suo percorso narrativo, ma non eliminandoli. La bibliografia non è inferiore per ricchezza alle note e, per quanto si tratti di affermazione pericolosa per un recensore, credo si possa parlare nel caso di un’aspirazione alla completezza assai vicina al raggiungimento. Il risultato si deve principalmente alla metodicità del procedere di Alexander come studioso, alle sue scelte sempre pragmatiche, alla sobrietà nel trattare la miniatura senza indulgere nel narcisismo.

La bibliografia si divide in tre parti, organizzate alfabeticamente: bibliografia critica, cataloghi, cataloghi di mostre. La prima è costituita dall’elenco di chi ha scritto sulla miniatura italiana rinascimentale. Vi si individuano facilmente, per ricchezza di contributi critici, gli autori che insieme ad Alexander hanno modernamente costruito la disciplina. La terza, in ordine alfabetico, elenca i cataloghi di mostre di manoscritti.

Il loro numero è ingente e prova la fortuna incontrata dagli studi di storia della miniatura a partire dalla metà del Novecento. La motivazione di queste mostre, nate in seno alle maggiori istituzioni depositarie di manoscritti, principalmente le biblioteche storiche, per mostrarne i maggiori cimeli; oppure frutto di iniziative scientifiche dirette a sviluppare, di volta in volta, un tema suggerito da circostanze occasionali o celebrative.

A connotare queste mostre, sono sempre stati i cataloghi che le hanno accompagnate: opere collettive di specialisti quasi in gara tra loro, nel lavoro di scavo del passato dei singoli pezzi in mostra, ricchi, senza eccezione, di percorsi appassionanti. Gli indici di cui Alexander ha dotato il suo manuale offrono possibilità così ampie per l’indagine storica da non sfigurare certo di fronte all’offerta tecnologica. Dipende dai criteri di scelta degli item, il cui valore ottimale è il risultato di una conoscenza vastissima e della capacità non comune, ma anche della forza, di farne la sintesi.

Il volume è corredato di 250 illustrazioni, tutte a colori (a eccezione di una), in gran parte a piena tavola, tutte già pubblicate prima del 2009, anno nel quale, con giustificato rammarico, Alexander ha dovuto decidere di chiudere il suo imponente lavoro.

La miniatura italiana del Rinascimento 1450-1600,
di Jonathan
J.G. Alexander, a cura di Fabrizio Crivello, traduzione di Laura Zamparo, 742 pp., ill. col. e b/n, Einaudi, Torino 2020, € 120

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