Un modello per la galleria post Covid

Lévy Gorvy e Salon 94 si uniscono per creare un consorzio di cervelli e di ruoli

Da sinistra, Amalia Dayan, Dominique Lévy, Brett Gorvy e Jeanne Greenberg Rohatyn. Foto: Caroline Tompkins
Federico Florian |  | New York

A gennaio 2022 si inaugura LGDR, un nuovo attore nel mercato dell’arte newyorkese, nato dalla partnership tra i dealer Dominique Lévy e Brett Gorvy (Lévy Gorvy Gallery), Amalia Dayan e Jeanne Greenberg Rohatyn (Salon 94). In un momento in cui molte gallerie uniscono le proprie forze per affrontare la crisi (vedi Barbara Gladstone e Gavin Brown, sempre a New York), Dominique Lévy ci rivela i dettagli dell’operazione.

Che cos’è LGDR e in che cosa si differenzia dalla sua precedente attività?
LGDR nasce dal desiderio di creare qualcosa che rappresenti un consorzio di talenti. Si tratta di un modello ibrido: non è una galleria al cento per cento, anche se agisce con modalità simili a quelle di una normale galleria. Noi ci serviamo di esperti da tutto il mondo. Una galleria tradizionale è strutturata come una gerarchia triangolare, con il proprietario in cima alla piramide. LGDR inverte la piramide, riunendo un gruppo di professionisti di grande competenza e accomunati da una grande passione per l’arte. È un’organizzazione al servizio degli artisti, dei clienti, dei musei e di tutti gli altri interlocutori che compongono il tessuto della scena dell’arte. Quello che facciamo non si basa su un’agenda o un programma specifico, che siano le vendite o un calendario di mostre o presentazioni. Vogliamo adottare una strategia che sia lungimirante. E a differenza di una normale galleria, non avremo lo stesso tipo di relazione con le fiere.

In un’altra occasione, ha parlato di «spirito da salotto» in relazione a LGDR...
Il salotto per definizione è un think-tank, un luogo di interazione sull’arte e con l’arte. È un ambiente che forse possiede una maggior leggerezza, una maggior freschezza. È un luogo che può rivelarsi più sperimentale oppure decisamente convenzionale, a seconda delle necessità.

In un certo senso un ritorno al ruolo del gallerista come protettore e sostenitore dell’artista…
Un ritorno al futuro, lo si potrebbe definire. LGDR lo si potrebbe descrivere come il modello originario di quel che significa fare da ambasciatori all’arte e agli artisti; un’attività in grado di posizionare grandi opere nel mercato, di creare collezioni, di lavorare a stretto contatto con i musei, e di lasciarsi sempre guidare da ambizioni e obiettivi sulla lunga durata. Un’attività che non si limiti a reagire alle situazioni ma che sia in tutto e per tutto proattiva. Ci serviremo di un team di persone appassionate, attive in città e Paesi diversi, e che hanno una relazione speciale con la scena dell’arte di quel luogo specifico.

Che ruolo avrà il digitale?
Molte gallerie hanno optato e optano tuttora per online viewing room che si rivelano già vecchie, superate, senza personalità. Se desideri avere successo nel mondo digitale, devi fare in modo che il cliente o il visitatore abbia la sensazione di trovarsi lì in prima persona. L’arte, quando concepita per uno schermo, non deve essere nient’altro che un’esperienza, e quest’esperienza deve essere potente, intensa, altrimenti non ne vale la pena. LGDR desidera persino spingersi oltre, lavorando con artisti che producono criptoarte e arte digitale, perché anche questa fa parte del mondo di domani.

In che modo LGDR risponderà alle trasformazioni del mercato dell’arte?
Uno dei cambiamenti maggiori cui stiamo assistendo oggi riguarda le fiere: non sono più tutte così rilevanti. Sono divenute stantie, non vi è sufficiente bellezza o creatività. Inoltre, credo che le mostre non debbano più durare solo quattro settimane, ma dodici o anche di più per permettere alle persone di visitarle. Il mercato sarà più incentrato sulla qualità, ci sarà una maggiore apertura mentale. Durante la pandemia ho visto collezionisti di arte impressionista guardare ad artisti emergenti, e giovani collezionisti interessarsi ai grandi maestri della pittura europea. Ho la sensazione che ci sia un approccio più autentico in questo momento particolare, e la parola chiave è «qualità».

Che cosa significa essere un gallerista oggi?
Se il numero di fiere d’arte si ridurrà, se riusciremo ad agire più a livello locale e regionale, le gallerie potrebbero tornare a diventare un luogo di sperimentazione e scoperta. Fino a poco fa, le persone compravano arte in fiera senza aver mai visto prima una mostra di quel determinato artista. Questo succedeva perché la gente accorreva alle fiere ma non andava in galleria. Adesso, mi auguro che si ricominci a frequentare le gallerie. Il ruolo di una galleria è semplicemente quello di essere una piattaforma che sostenga un artista, un facilitatore di progetti d’arte. Non dovrebbe limitarsi a rappresentare un artista, non dovrebbe mettere dei paletti o controllare o limitarsi a produrre. Deve incanalare sufficiente energia creativa per promuovere l’immaginazione, nuove possibilità. Per me, inoltre, è essenziale collaborare con altri interlocutori: credo che questo modello che vige oggi dell’assoluta esclusività nel rappresentare un artista da parte di un’unica galleria sia solo deleterio alla qualità. È un limite. Forse consente di fare più soldi, ma non è la giusta via. Credo che il mondo post Covid debba essere un mondo di collaborazione: tra gallerie, advisor, curatori.

E in che modo gli artisti possono trarre vantaggio da questi nuovi modelli collaborativi?
Un artista può giovarsi di queste collaborazioni poiché gli consentono di accedere a nuove possibilità, a dialoghi inaspettati; di confrontarsi con un team di grande talento, sparso in tutto il mondo. E questa unione, questa solidarietà accende il dibattito, scatena domande, a volte anche disaccordi: è questo ciò di cui hanno bisogno gli artisti. Dopotutto siamo promotori e mediatori, chiamaci come preferisci. Ma dell’arte che sosteniamo non siamo i veri possessori.

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