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Un bianco mantello di chiese

Il 14 aprile si celebra in Piemonte la Prima Giornata del Romanico. Il Monferrato ha fatto sistema

L'interno dell'Abbazia di Santa Maria a Rivalta Scrivia (Al)

È nei decenni a cavallo dell’anno Mille che in diverse aree del Piemonte, così come peraltro avviene in gran parte delle terre dell’Occidente cristiano, si sviluppano quegli straordinari fenomeni artistici che vanno sotto il nome di Preromanico e Romanico. Quegli anni conobbero davvero una nuova e insperata «primavera», un rinnovato slancio collettivo con l’attenuarsi di antichi e diffusi terrori, una maggiore sicurezza sociale e territoriale, l’aumento demografico, l’estendersi delle colture.

La natura stessa, dopo un lungo periodo di piogge torrenziali e di carestie diffuse, ebbe come un improvviso risveglio di vita e una rinnovata giovinezza. Molti edifici sacri vennero costruiti ex novo, altri furono abbelliti e ampliati. I cronisti medievali ne hanno lasciato memoria e ne hanno scritto con meravigliato stupore, quasi individuando, in quella rinascita della società, il segno di una «nuova alleanza» tra Dio e gli uomini.

Sono ben note le parole che Rodolfo il Glabro, monaco nella abbazia di Cluny e per molti anni allievo dell’abate Guglielmo da Volpiano che fonderà in quegli anni l’Abbazia di Fruttuaria a San Benigno Canavese, scrisse intorno al 1030 per narrare i fatti meravigliosi che aveva visto svilupparsi sotto i suoi occhi alla fine di una terribile e devastante carestia. Era durata per cinque anni quella carestia, anni durante i quali, scrisse il monaco-cronista cluniacense, «non ci fu regione in cui non regnasse la miseria e non mancasse il pane», in cui «molta gente morì consumata dall’inedia» e si verificarono anche casi di cannibalismo.

Ma ecco la gioia e lo splendore, lo splendore appunto, della rinascita della natura e dell’intera società occidentale. «Mentre ci si avvicinava al terzo anno dopo il Mille, prosegue Rodolfo il Glabro, in quasi tutto il mondo, ma soprattutto in Italia e in Gallia, furono rinnovati gli edifici delle chiese. Benché la maggior parte di esse, essendo costruzioni solide, non avessero bisogno di restauri, tuttavia le genti cristiane sembravano gareggiare tra loro per edificare chiese che fossero le une più belle delle altre. Era come se il mondo stesso, scuotendosi, volesse spogliarsi della sua vecchiezza per rivestirsi di un bianco mantello di chiese».

Ecco, dunque, il «bianco mantello di chiese» che dal manoscritto di un monaco medievale è diventato il simbolo della straordinaria e luminosa rinascita sociale, economica e artistica degli anni a cavallo del Mille. Gli storici si sono interrogati a lungo, e per la verità continuano a farlo, per individuare le cause dei questa rinascita. E di cause ne sono state indicate molte. Vediamo le principali.

Se furono sicuramente dovuti a fattori naturali prima la prolungata e terribile carestia, poi quell’improvviso risveglio della natura narrati da Rodolfo il Glabro, certamente la rinascita economica, la maggiore produzione agricola dovuta ai nuovi cicli stagionali di semina e di raccolta e alla diffusione di nuove tecniche di lavoro e il conseguente incremento demografico furono preparati da un graduale ma continuo e consistente impegno nell’estensione delle terre coltivabili. Nell’opera di disboscamento, dissodamento e messa a coltura, già nella seconda metà del X secolo e nei decenni immediatamente successivi al Mille, furono attive soprattutto le grandi abbazie.

Poi subentrarono o, meglio, si affiancarono altre istituzioni laiche come le signorie locali e, poi, i nascenti Comuni. Non ci furono, tuttavia, soltanto ragioni di carattere economico alla base della generalizzata rinascita dell’Occidente. Determinante fu anche il rinnovato assetto politico e di controllo del territorio, assetto nuovo ricostituitosi lentamente e tra mille difficoltà dopo la frantumazione dell’Impero Carolingio. Nel Piemonte di poco successivo al Mille, bruciata in fretta e subito esaurita la fiammata di Arduino d’Ivrea, saranno soprattutto gli Arduinici e gli Aleramici, nei loro complicatissimi e a volte inestricabili articolarsi di frammentazioni di poteri e ambiti territoriali, a estendere all’intero ambito regionale un controllo politico, militare, istituzionale e sociale in qualche modo più stabile.

Se gli storici sono oggi generalmente propensi a relegare nell’ambito di illazione pura, di favola suggestiva ma indifendibile, la tesi che tra le cause del risveglio dell’anno Mille debba essere considerata anche la scomparsa del terrore popolare della fine del mondo («Mille e non più Mille», si diceva) proprio a chiusura del primo millennio, altre realtà, altre cause ci furono veramente e, di certo, non secondarie. A dare alle popolazioni piemontesi una maggiore sicurezza dopo decenni di assalti, rapine, devastazioni e violenze contribuirono dunque anche altri fattori: soprattutto la definitiva sconfitta dei Saraceni e degli Ungari.

I primi, predoni e pirati provenienti dal Nordafrica, erano sbarcati sulle coste della Provenza verso l’890 e si erano fortificati in una base alle spalle dell’attuale Saint-Tropez. «Fraxinetum saracinorum» era denominato dai cronisti medievali il loro temutissimo covo, vicino all’attuale cittadina francese di La Garde-Freinet. Per quasi un secolo, «Fraxinetum saracinorum» e i Saraceni furono sinonimo di terrore e di violenze. Molte terre del Piemonte, comunità monastiche (Pedona-Borgo San Dalmazzo, Santa Maria di Pulcherada, oggi San Mauro Torinese, e Novalesa, ad esempio), ma anche città e villaggi furono assaltati e saccheggiati. A questo generale stato di insicurezza pose fine un’azione militare congiunta, intorno al 975, delle signorie locali.

Negli stessi decenni la zona orientale del Piemonte (Novarese, Vercellese, Biellese, Verbano-Cusio-Ossola) ma anche parte dell’Alessandrino dovevano registrare il terrore e la ferocia distruttiva delle incursioni degli Ungari, che saranno definitivamente sconfitti dall’imperatore Ottone I, nel 955, a Lechfeld, in Germania. I nuovi, o rinnovati, edifici sacri (il luminoso «bianco mantello» che punteggiava di speranza una terra ancora invasa da foreste e paludi) che cominciarono a essere costruiti in Piemonte (il fenomeno si protrarrà per tutto il XII e parte del XIII secolo) ebbero caratteristiche e peculiarità diverse da zona a zona, quasi variazioni sul tema o modulazioni dialettali di un unico, grande linguaggio poetico.

È oggi difficile individuare con sicurezza la tipologia dei committenti perché vi contribuirono sia le signorie laiche e religiose territoriali, sia gli abitanti di cittadine e villaggi. In mancanza di documentazione è altrettanto difficile, se non impossibile, stabilire quale tipo di struttura organizzativa, di società imprenditoriale, abbia dato vita agli innumerevoli cantieri aperti in Piemonte per far sbocciare la meraviglia degli edifici sacri romanici. Erano, cioè, «compagnie» organizzate con tanto di mastri, fabbricieri, scalpellini, fabbri, scultori, pittori, muratori, magari venute da altre regioni e che fornivano l’edificio «chiavi in mano» ai committenti, oppure i costruttori erano maestranze locali? Non lo sappiamo. Di certo, la tipologia abbastanza vicina degli edifici sacri di alcune zone, ad esempio del Monferrato soprattutto astigiano, potrebbe far ipotizzare l’intervento di «compagnie» specialistiche.

Tuttavia, almeno per il Piemonte romanico, gli elementi che forse più di altri determinarono un liberissimo dispiegarsi di forme originali, tanto nelle architetture quanto nelle sculture e nelle decorazioni, sembrano essere stati soprattutto il tipo e la qualità dei materiali disponibili sul posto. Così, ad esempio, sulle colline astigiane e di parte del Monferrato alessandrino, le chiese e le cappelle romaniche si caratterizzano per il quasi uniforme impiego di blocchi di arenaria, largamente reperibili in cave della zona e di più facile lavorazione, alternati a fasce, regolari spesso o a volte irregolari, di mattoni. Si realizzarono così motivi architettonici e decorativi di purissima fantasia, in un ripetuto bicromatismo fra il rosso acceso dei laterizi e il biondo-miele della pietra. Quasi sempre presenti anche interventi di decorazione pura tramite mattoni di forme particolari.

Sempre in questa macroarea, gli edifici sacri presentano anche uno straordinario splendore di parti scolpite, sia maschere antropomorfe, sia animali dell’immaginario medievale, sia elaborati lavori di intrecci di nastri che richiamano modi artistici di sapore barbarico. Per contro, sempre con uno sguardo molto generico, in vaste aree di pianura del Torinese (i cantieri delle grandi abbazie rappresentano in parte un fenomeno a se stante) e in particolare nella fascia pedemontana tra Canavese, Biellese e Vercellese, nelle loro costruzioni sacre gli ignoti fabbricieri utilizzarono soprattutto ciottoli di fiume, accuratamente selezionati in dimensioni pressoché uguali, legati con malta e calce nella caratteristica tessitura muraria a spina di pesce. Con poveri, umili, ciottoli di fiume sono state costruite alcune delle più belle e fascinose costruzioni medievali del Piemonte. Un altro particolare importante è che nelle chiese romaniche dell’area torinese sono quasi del tutto assenti sculture o altri elementi decorativi architettonici, se si esclude il casuale inserimento, tra i ciottoli, di frammenti di laterizi.

Franco Caresio, da Il Giornale dell'Arte numero 396, aprile 2019


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