Tra le pieghe del tempo

La grande mostra monografica celebra la carriera, lo stile e la poetica di Mimmo Jodice, nel ciclo dedicato ai grandi maestri italiani della fotografia

Una veduta dell’allestimento della mostra di Mimmo Jodice. Foto Andrea Guermani
Jenny Dogliani |  | Torino

La realtà prende forma negli occhi di chi la guarda. Schopenhauer, tra i maggiori pensatori della modernità, sosteneva che il mondo in fondo non è nient’altro che una nostra rappresentazione, per ciascuno il frutto di un personalissimo processo interpretativo. La profondità di questo pensiero capitale riecheggia nell’opera di uno dei più grandi fotografi contemporanei, Mimmo Jodice, nato a Napoli nel Rione Sanità nel 1934, avvicinatosi all’obiettivo giovanissimo, negli anni Cinquanta, grazie all’incontro fortuito con un ingranditore.

Alla sua straordinaria e lunghissima carriera le Gallerie d’Italia - Torino dedicano la retrospettiva «Mimmo Jodice. Senza Tempo», secondo appuntamento del ciclo espositivo sui maestri della fotografia italiana, curato da Roberto Koch e avviato lo scorso anno con Lisetta Carmi. Visibile fino al 7 gennaio 2024, il percorso include ottanta fotografie scattate tra il 1964 e il 2011 e disposte in sei sezioni tematiche: «Anamnesi», «Linguaggi», «Vedute di Napoli», «Città», «Natura», «Mari».

«Dalle foto che immortalano statue e mosaici, vestigia delle antiche civiltà del Mediterraneo, a un interesse di tipo sperimentale e concettuale per il linguaggio fotografico; dalle vedute urbane di Napoli e di altre metropoli contemporanee, cariche di assenza e silenzio, alle trasfigurazioni del paesaggio naturale fino alla struggente malinconia dei suoi mari. La sezione “Natura”, con opere esposte per la prima volta, aggiunge un nuovo e ulteriore capitolo alla sua ricerca», spiegano dal museo.

Già negli scatti immersi nel difficile contesto urbano della Napoli degli anni Sessanta, quando la fotografia stentava a farsi riconoscere come espressione artistica pura e i reportage risentivano della spinta inferta dalle ondate di proteste per le diseguaglianze sociali che attraversavano il Paese, Jodice filtra l’analisi del reale con una visione interiore capace di cogliere l’universalità della condizione umana: «Non ho mai pensato che la fotografia fosse solo documento, ma un mezzo, uno strumento per esprimersi», ha affermato.
Un ritratto di Mimmo Jodice. Foto Gerard Rancinan
Erano anche anni di grande sperimentazione tecnica, che lui elaborava inventando inedite soluzioni in camera oscura, per esempio privando le immagini dei mezzi toni per renderle più simili alla grafica, oppure capovolgendo i toni, mettendo insomma in scena il procedimento stesso della fotografia, come è solito fare il pittore o il disegnatore. La sua arte procede per idee, per temi declinati in progetti, non nasce mai da improvvisazioni del momento o da occasioni da fotografare. Anche nelle prime immagini, quando il periodo imponeva una maggiore attenzione alle tematiche sociali, quando l’arte si rapportava alla quotidianità con l’intenzione di cambiarla, Jodice resta distante dalla cronaca, dal racconto e dalla documentazione di specifici episodi, ma narra piuttosto il malessere, la sofferenza, approdando a una dimensione più astratta e silenziosa rispetto al reale. Al di là dei raffinatissimi risultati estetici, il bianco e nero è uno strumento per allontanarsi dalla realtà, per immergersi nelle sue trame più profonde. 

Un approccio declinato negli anni nei ritratti, nei paesaggi, nei panni stesi, nelle macchine coperte da un telo, nei nudi raffigurati di spalle, nella perfezione di antiche statue a restituire il senso di una bellezza classica e senza tempo, negli elementi delle tradizioni religiose partenopee e del sud Italia, nei rimandi all’antica mitologia mediterranea attraverso cui la civiltà si apre a una dimensione metafisica e trascendente. «Quando fotografi devi fermare il tempo, prima che lui se ne accorga e si vendichi», ha spiegato Jodice.

Negli anni la presenza umana scompare progressivamente dal suo lavoro per lasciare spazio alla superficie dell’acqua del mare, oppure a frammenti di volti e corpi di pietra fotografati in primissimo piano che sembrano balzare fuori dalla cornice: non sono mai reperti, sono entità vive, cui un lieve effetto sfocato imprime un’idea di movimento. Le ombre, che si stagliano alle loro spalle, sono l’eco della dimensione della memoria, di un tempo trascorso, di un mondo di cui non restano che fantasmi, sospesi tra sogno e realtà. In alcuni scatti dominano gli elementi naturali, come le imponenti rocce restituite con l’elegante contrasto del bianco e del nero: sembrano emergere con forza maestosa dalle viscere della terra, prendere forma davanti ai nostri occhi.

Il mare, anche se calmo, non è mai in uno stato di quiete, è un velo appoggiato sopra profondi e tumultuosi abissi. Gli alberi intrecciati, i boschi, i giardini, raffigurati nei loro elementi essenziali, sono l’espressione di una malinconica tensione e trasfigurazione, di una sofferenza della materia, che come l’uomo, lotta per contrastare l’incedere del tempo. Il paesaggio evoca sempre qualcosa che lo trascende, la civiltà, la natura, le leggi della creazione, tutto ciò che all’uomo non è dato comprendere. La mostra è accompagnata da un catalogo Skira e da un documentario biografico realizzato dall’amico concittadino, regista e autore Mario Martone, visibile in anteprima.

© Riproduzione riservata «Atleti dalla Villa dei papiri» (1986), Napoli, di Mimmo Jodice © Mimmo Jodice (riproduzione vietata)
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