Tesori etruschi della Toscana | Il Lampadario Etrusco di Cortona

Alla scoperta del capolavoro nascosto nel Museo dell’Accademia Etrusca e della Città in compagnia dell’etruscologo Giuseppe M. Della Fina

Il Maec-Museo dell’Accademia etrusca e della città di Cortona. Regione Toscana
Giuseppe M. Della Fina |  | Cortona (Ar)

Lungo il percorso espositivo del Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona (Maec), in una sala dedicata, si può ammirare un lampadario di epoca etrusca realizzato in bronzo. Si tratta di un reperto che s’intreccia con la storia stessa del museo che lo ospita.

La notizia del ritrovamento venne data da Marco Antonio Fabroni nel fascicolo relativo al novembre 1840 della rivista «Bullettino dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica», al tempo una pubblicazione che riusciva a dare conto con puntualità delle scoperte appena avvenute attraverso un’ampia rete di corrispondenti.

Fabroni ricorda nella nota inviata alla rivista che: «Al 14 di settembre, alle falde del monte ov’è situata Cortona, in luogo detto la Fratta, fu casualmente scoperto da due contadini un monumento etrusco di bronzo che si mostrava quasi a fior di terra nel fondo di un fosso». Nelle righe successive, Fabroni offre la prima descrizione di questo capolavoro e segnala l’iscrizione che lo accompagnava: «una tavoletta di circa un braccio in lunghezza, parimenti in bronzo, incisa a caratteri etruschi, la quale nell’atto della escavazione rimase staccata».
Il Lampadario etrusco di Cortona. Foto: Alessandro Moggi
Il terreno dove era avvenuto il ritrovamento apparteneva alla nobildonna Luisa Bartolozzi Tommasi e inizialmente venne portato nel suo palazzo situato all’inizio di via Dardano a Cortona; da lì, nel 1842, venne depositato presso l’Accademia Etrusca, un’istituzione culturale che era sorta in città nel 1726 per abbracciare ogni genere di erudizione antiquaria su impulso dei fratelli Marcello e Ridolfino Venuti: il primo divenne poi, a Napoli, Soprintendente della Libreria Reale e del Museo Farnesiano ed ebbe un ruolo di primo piano nella scoperta di Ercolano; il secondo, a Roma, fu Commissario alle Antichità e Custode delle Gallerie Pontificie. Un terzo fratello, Filippo, ecclesiastico e in contatto con la cultura francese, fece aderire Montesquieu e Voltaire all’Accademia rispettivamente nel 1739 e nel 1745.

L’importanza del ritrovamento venne compresa subito e si cercò, una volta posto in vendita, d’impedire che il mercato portasse il lampadario bronzeo lontano dalla città di rinvenimento: i soci dell’Accademia ottennero una riduzione della richiesta economica dalla proprietaria, accesero un mutuo con il Monte dei Paschi di Siena con la garanzia del Comune di Cortona e, nel 1846, con un esborso complessivo pari a milleseicento scudi fiorentini riuscirono ad acquisirlo per le raccolte del museo.

Venne esposto non appeso, in posizione verticale e sostenuto da un braccio sagomato, che ne favoriva la visione ravvicinata, ma faceva perdere la collocazione naturale. Subito dopo la seconda guerra mondiale, in un nuovo allestimento, si scelse di posizionarlo al soffitto di una teca così da farne comprendere la funzione immediatamente. Una scelta di fondo riproposta negli allestimenti successivi, compreso l’attuale.

Il lampadario è stato realizzato in bronzo fuso con la tecnica a cera persa e ottenuto in un’unica fase di lavorazione. Si ritiene che sia uscito da un’officina attiva a Velzna (Orvieto): vi era una tradizione importante sia nell’ambito della bronzistica che della coroplastica. La datazione sembra risalire all’ultimo trentennio del IV secolo a.C.
Particolare del Lampadario etrusco di Cortona. Foto: Maec
Ci si è interrogati sull’identificazione del luogo che potrebbe averlo ospitato inizialmente. Si è pensato a una tomba monumentale o a un tempio. Tale seconda ipotesi sembra oggi la più probabile e forse l’edificio sacro poteva essere ubicato nella zona di Camucia.

Il lampadario cortonese è composto da due elementi: la vasca per la raccolta del liquido combustibile, decorata con ricchezza e dotata di beccucci nei quali avveniva la combustione per mezzo di stoppini, e il fuso centrale funzionale alla sospensione a un soffitto. I beccucci sono alternati da sedici protomi di Acheloo.

La decorazione della faccia inferiore della vasca è particolarmente articolata: appena al di sotto dei beccucci, vi sono una serie di sirene alternate a sileni itifallici intenti a suonare il doppio flauto e la «syrinx». Ancora al di sotto è una fascia ad onda corrente, sulla quale guizzano delfini in corrispondenza dei sileni.

Un doppio listello introduce alla zona centrale dove sono raffigurate scene di lotte tra animali: quattro gruppi di due fiere assaltano un animale soccombente: un cinghiale viene assalito da una pantera e da un leone; un cavallo viene attaccato da un grifo e da un leone; un toro deve difendersi da una pantera e da un grifo; un cervo viene abbattuto da una pantera e da una leonessa. Al centro del lato inferiore della vasca è raffigurato un «Gorgoneion».

Resta da dire che l’iscrizione con un riferimento al dio Tin, la massima divinità del pantheon etrusco e corrispondente a Zeus, è ritenuta più recente di circa un secolo e dovrebbe essere stata aggiunta di conseguenza in un secondo momento in occasione di una sacralizzazione (o risacralizzazione) del lampadario.

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