Storia e analisi del «Gran Musaico» di Alessandro

Un volume sulla celebre opera musiva dell’esedra della Casa del Fauno a Pompei

Particolare del mosaico di Alessandro conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Raffaella Giuliani |

Quella che probabilmente è la più celebre opera musiva dell’antichità ci consegna un’impressionante scena di battaglia tra Alessandro il Macedone e il re persiano Dario III, realizzata per il pavimento dell’esedra della Casa del Fauno a Pompei. Scoperta nel 1831, fu poi di lì distaccata e trasferita nel 1843 nel Real Museo della capitale borbonica, oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) che proprio dal gennaio scorso ha dato il via al suo restauro.

A quest’opera eccezionale per dimensioni (m 5,82 x 3,13) e stato conservativo, tanto da meritare subito l’eloquente appellativo di «Gran Musaico», è stato dedicato uno splendido volume fotografico edito da Mann e 5 Continents Editions. Come annuncia il titolo, protagonista assoluto del volume è proprio il mosaico in tutti i suoi dettagli, immortalati dalle spettacolari riprese di Luigi Spina, fotografo d’arte pluripremiato, specializzato in scultura e arte antica, il quale in oltre 100 tavole a tutta pagina ha documentato, mediante differenziate scale di ingrandimento, il tessuto materico dell’opera, le sue peculiari cromie, la sua straordinaria e raffinatissima tecnica, stimolando nell’osservatore quello stato di «puro e semplice stupore» dinanzi alla meravigliosa unicità di questa opera d’arte di cui già parlava Johann Wolfgang von Goethe.

Accompagnano discretamente le eloquenti immagini di Spina il testo introduttivo di Paolo Giulierini, direttore del Mann, sulla figura semidivina di Alessandro e, in chiusura di volume, il saggio scientifico di due fra i maggiori esperti sul campo del mosaico, Valeria Sampaolo e Fausto Zevi, che ne offrono la descrizione, l’analisi iconografica, la contestualizzazione pompeiana, la storia del ritrovamento e poi del distacco e del trasporto a Napoli. Nel saggio si ripercorre tutta la complessa vicenda esegetica che ha accompagnato l’opera fin dalla sua scoperta.

L’originale a cui si sarebbe ispirato l’esecutore del mosaico sarebbe una celebre «battaglia di Alessandro con Dario» dipinta dal pittore ellenistico Philoxenos di Eretria e ben nota da un passo di Plinio il Vecchio, stando al quale, capolavoro non secondo ad altri, fu realizzata per Cassandro, re di Macedonia. La tavolozza, limitata al bianco, al nero-blu, al giallo e al rosso, non esclude però che l’originale possa essere di Apelle, sommo pittore greco, l’unico da cui si lasciava ritrarre Alessandro, e che in effetti si serviva delle sole tonalità fondamentali.

L’analisi dell’originale si è poi impegnata nell’identificazione di quale delle tre battaglie che hanno visto confrontarsi sul campo Macedoni e Persiani (Granico, Isso o Gaugamela: 334, 333, 331 a.C.) fosse quella rappresentata nella scena. Testi tardo arabi ricordano la seconda come la «battaglia dell’albero secco» (o «dell’albero solo») e questo porterebbe ad attribuire a Isso lo scontro fotografato dal mosaico, ove l’unico elemento paesaggistico presente è proprio un albero secco e contorto, dietro la cortina delle lunghe lance oblique della cavalleria macedone.

Molti interrogativi pone anche la presenza di questo soggetto nella Casa del Fauno, sontuosa dimora pompeiana ricca di opere d’arte ed estesa, con i suoi quasi 3mila mq, per l’intera insula 12 della Regio VI. Se appare ormai tramontata l’ipotesi che la grande opera potesse essere stata realizzata altrove e portata a Pompei come bottino di guerra o acquisto di un collezionista d’arte, al momento si ritiene piuttosto che il «Gran Musaico» sia stato eseguito in loco da mosaicisti provetti, di probabile provenienza alessandrina, forse addirittura gli stessi che lavorarono al Santuario Inferiore di Palestrina per il grande mosaico nilotico, esperti nella tecnica del vermiculatum, che, utilizzando tessere di dimensioni minuscole, riusciva a ottenere risultati fortemente mimetici della pittura.

Il committente dell’opera musiva, che si data intorno al 100 a.C., doveva essere un esponente di spicco di quell’aristocrazia sannita dominante a Pompei, colto e sensibile al fascino del mito di Alessandro: a questo proposito, nel volume si avanza l’ipotesi che possa trattarsi di un sannita i cui antenati avevano combattuto al seguito di Alessandro Il Molosso, re dell’Epiro e zio del Macedone, il quale, mentre il nipote compiva le sue imprese asiatiche, corse in soccorso delle città greco-italiote in un’ottica panellenica e in ideale sintonia con le imprese del coraggioso nipote. Un’altra pagina di grande interesse sul mosaico fu scritta con, e soprattutto dopo, la scoperta di esso, la cui eco raggiunse lo stesso Goethe.

Il trasporto a Napoli, preceduto da un vivace dibattito tra favorevoli e contrari alla rischiosa operazione, ricorda un’altra celebre traslazione a Napoli di opere d’arte, quella, precedente, della collezione Farnese. Quando poi ci si risolse per il trasferimento, resta memorabile l’esortazione ai tecnici borbonici di re Ferdinando II «di badar bene a quello che si facea, perché questo monumento non era nostro, ma dell’Europa, ed alla intera Europa doveasi dar conto delle nostre operazioni».

Mosaico di Alessandro, testi di Paolo Giulierini, Valeria Sampaolo e Fausto Zevi, fotografie di Luigi Spina, 115 pp., 95 ill. col. e 2 b/n, Museo Archeologico Nazionale di Napoli e 5 Continents Editions, Milano 2020, € 40

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