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Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana al Prado

La pinacoteca riunisce per la prima volta le opere delle due pittrici italiane, protagoniste del Rinascimento europeo nonostante gli stereotipi e lo scetticismo dell’epoca

«Ritratto della regina Anna d’Austria» (1573) di Sofonisba Anguissola, Madrid, Museo Nacional del Prado e «Ritratto di Costanza Alidosi» (1595 ca) di Lavinia Fontana, Washington, National Museum of Women in the Arts

Madrid. «Nel Cinquecento essere donna e pittrice era motivo di meraviglia e sorpresa, ma nel XXI secolo l’opera delle donne non può più essere trattata come un’anomalia, deve essere contestualizzata e valorizzata esattamente come quella degli uomini». Lo afferma Leticia Ruiz, a capo del Dipartimento di Pittura spagnola del Rinascimento del Prado e curatrice della mostra «Storia di due pittrici: Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana», che inaugura la stagione del museo madrileno il 22 ottobre.

Aperta fino al 2 gennaio, riunisce 65 opere delle due pittrici italiane che riuscirono a vincere gli stereotipi e lo scetticismo della società dell’epoca, conquistando notorietà e riconoscimento in vita, «nonostante e, al tempo stesso, proprio per il fatto di essere donne, afferma la Ruiz. Sofonisba e Lavinia rappresentano le due facce di una stessa medaglia. Pittrici di grande talento, raggiunsero la fama per strade diverse, ma dopo la loro morte furono dimenticate fino agli anni ’70 del Novecento, quando la storiografia statunitense ha iniziato a riscoprirle».

Sofonisba Anguissola (1535-1625) figlia di un nobile decaduto, si servì del proprio talento per diventare un’influente dama della corte di Filippo II, grazie anche alla campagna di promozione orchestrata dal padre. La sua fama era tale che tutti volevano un suo ritratto, nonostante il pittore ufficiale della corte fosse Alonso Sánchez Coello.

Lavinia Fontana (1552-1614), come Artemisia Gentileschi, era figlia di un pittore e si formò nell’ambito famigliare, ma fece un salto qualitativo superando il maestro e aprendo, cosa mai vista prima, un proprio studio. Partorire 11 figli non le impedì di dedicarsi professionalmente alla pittura, mentre il marito si occupava delle faccende domestiche, un ruolo che gli valse critiche e lazzi.

«Lavinia si misurò con tutti i generi, compresi i grandi formati e i nudi di argomento mitologico ed evidente carica erotica», rileva la curatrice, sottolineando che nel caso delle donne gli errori di attribuzione si moltiplicano e che questa mostra è anche servita a dare impulso agli studi.

«Per molto tempo tutti i ritratti non firmati della corte di Filippo II sono stati attribuiti a Sánchez Coello. Era un’epoca in cui le convenzioni prevalevano sull’originalità e spesso vari artisti collaboravano in una stessa opera. Il ritratto del principe don Carlo di Sofonisba piacque tanto che fu rifatto 12 volte. Poi dal 1970 si passa a un eccesso di attribuzionismo e ora finalmente abbiamo rimesso ordine», assicura la Ruiz che a Madrid ha scoperto un’opera anonima del 1588, «Matrimonio mistico di santa Caterina», ora attribuita a Sofonisba senza ombra di dubbio.

Il dipinto, restaurato per l’occasione, viene esposto per la prima volta, così come una «Sacra Famiglia» conservata in una collezione di Milano, di cui non aveva notizie e che le è stata offerta dai proprietari. In mostra per la prima volta anche un ritratto di gruppo che arriva da Vienna, attribuito nel 2010.

Di Lavinia vengono esposti tutti i nudi, tra cui una meravigliosa Venere della Casa de Alba, prima ascritta a Carletto Veronese e varie opere di raccolte private di Bologna, «una città all’epoca particolarmente propizia alle artiste e dove curiosamente oggi le più importanti collezioni appartengono a donne», sottolinea Leticia Ruiz, che si è ritrovata anche a percorrere il processo inverso. È il caso dei ritratti dell’Infanta Isabel della Galleria Sabauda di Torino e dell’Infanta Micaela, esposti in mostra con una nota che mette in dubbio l’attribuzione a Sofonisba.

Roberta Bosco, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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