Scacco matto postumo di Franco Maria Ricci

Un libro bellissimo dedicato a una collezione portoghese sul gioco degli scacchi con le foto di Massimo Listri

Una scacchiera del XIX secolo in malachite e avorio proveniente dalla Francia o dalla Russia
Stefano Causa |

Dinanzi a un libro così sfacciatamente bello e a cui non si può rimproverare se non di finire troppo presto, ci si schiera: con chi è interessato al gioco, e allora una scacchiera vale l’altra, o con chi gli scacchi non li ha mai imparati e rimane ammirato dalla bellezza degli elementi che li compongono. Ma per tutti, scacchisti o meno, si tratta di un gioco lievemente misterioso e miracoloso. A muoversi: un re e una donna (o regina); due torri, due cavalli, due alfieri e otto pedoni. I pezzi più belli sono eburnei. Alla Biblioteca Nazionale di Parigi gli scacchi in avorio di elefante di Carlo Magno costituiscono un prodotto della scultura salernitana dell’XI secolo. E poi il campo da arare: la scacchiera.

Un secolo fa Mondrian ci ha insegnato a riconoscere nelle sue sessantaquattro caselle la natura morta perfetta. Viva e mobile come nelle composizioni scacchiera del 1919, una delle prove dell’esistenza di Dio. Duchamp, che riversò negli scacchi un sovraccarico di intelligenza e ironia, equiparava gli scacchisti ad artisti (ma non sempre il contrario). Per Borges gli scacchi avrebbero salvato la cultura.

Nel libro sono riprodotte scatole da gioco e scacchiere di una collezione portoghese tra le più complete che esistano. Massimo Listri, fiorentino, uno che a neanche trent’anni aveva reinventato il modo di guardare le opere, ci plana sopra come dovesse passare in rassegna un catalogo di altri mondi o dell’altro mondo. Ignoro se sia uno scacchista. Ma, così, sembrano strumenti in attesa. Certo sospetto che, come ai musicisti non importi granché di impratichirsi su uno strumento decorativo, neanche i patiti degli scacchi porranno tempo in mezzo: che si tratti d’una scacchiera cesellata o di una comprata alla stazione, non resta che giocare, giocare e giocare.

Per Mina l’importante è finire. Per loro, aprire. Nel 1997 Garry Kasparov (campione del mondo di scacchi, Ndr) uscì sconfitto da sua entità «Deep Blue». Che non è una cyber diva né la stupefacente Beth Harmon di una serie recente, ma un computer. Dieci milioni di mosse contro cento da calcolare in un secondo. Ma vuoi mettere? La mano che arpiona il cavallo, l’impazienza e la messa a punto di una strategia, la fronte che sprofonda nella fossa delle Marianne della scacchiera! A fine millennio non ha perso il più grande scacchista mai esistito ma, in un secondo, insieme all’autostima del russo, sono franati Umanesimo e Rinascimento.

Come gli scacchi scorrono lungo un canale navigabile della scrittura poetica (da Stefan Zweig a Francesco De Gregori), così esiste un’iconografia scacchistica. Ma, nei rispetti del gioco, molto più deludente. Alla Pinacoteca di Berlino giocano, per mano di Ludovico Carracci, due gentiluomini sprofondati nella scacchiera dentro una stanza dalle pareti decorate a corami che, di per sé, fanno già una scacchiera. Nel 1555 la cremonese Sofonisba, che era scacchista, scatta la più folgorante foto dell’infanzia, adolescenza e giovinezza premoderne.

Nell’Ottocento Daumier ci chiude in una stanza con due scacchisti e, di qui, è più facile saltare ai giocatori (di carte) di Cézanne di cui nessuno vorrà sapere chi vince o perde. Insomma: da quei dipinti si impara più sui giocatori e su chi li ha dipinti che sul gioco. Vuol dire che i più bei quadri dedicati agli scacchi sono altrove.

I migliori, gli unici a interessare gli scacchisti e gli appassionati di pattern decorativi, sono i riquadri con le partite. Quei quadratini che incontravamo sulla «Settimana enigmistica» o nelle ultime pagine dei giornali. Non potevamo sapere che, come la telefonata di Massimo Lopez in attesa del plotone di esecuzione, gli scacchi ti salvano la vita. Quantomeno, ne differiscono la fine.

Nessuno lo capì meglio di Ingmar Bergman. Nel film «Il settimo sigillo», inscena un dialogo tra il Cavaliere e la Morte che, già da tempo, gli camminava a fianco. L’uomo, però, non è ancora pronto a riceverla. Le chiede di dargli tempo. «Tutti lo vorrebbero, ma non concedo tregua». Allora il Cavaliere propone: «Tu giochi a scacchi, non è vero?». Alla morte la prossima mossa. Come sempre, del resto.

Sulla scacchiera. Arte e scienza degli scacchi,
testi di Zachary F. Mainen, Razvan Sandru, Stefano Salis e Adolivio Capece, 168 pp., ill. col., Franco Maria Ricci e Champalimaud Foundation, Fontanellato (Pr) 2021, € 60

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