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Sangue e arena: il lato oscuro del carnevale veneziano

LA LAGUNA RACCONTA | Intrattenimenti del tutto ignoti ai giorni nostri ma assai in voga dai tempi degli antichi Veneti

«Caccia all'orso in Campo Sant'Angelo», di Gabriele Bella, Pinacoteca Querini Stampalia

Ci sono fatti che non possono trovare spiegazione; accadono e basta, come quando un legame s’interrompe bruscamente perché finisce l’amore. Passano giorni, talvolta mesi, nella ricerca di un senso, un minimo dettaglio per razionalizzare un dolore che sa di sconfitta e accompagna lo smarrimento di chi ha perduto non solo una persona, ma soprattutto una certezza. Ho provato la medesima sensazione quando pensavo che Venezia mi avesse tradito.

La città della bellezza e del sogno, degli abbacinanti marmi palladiani che si riflettono sull’acqua, dei mosaici bizantini, delle maschere e dei saltimbanchi, dei giocatori e degli avventurieri cui ho dedicato i miei studi e gran parte della mia vita mi ha mostrato un lato di sé che mai avrei pensato le potesse appartenere.

È accaduto per caso, quando, leggendo un saggio sui giochi  in voga nel periodo di Carnevale, mi sono imbattuta in una serie di intrattenimenti del tutto ignoti ai giorni nostri ma assai in voga nella città marciana dai tempi degli antichi Veneti, che le cronache tramandano con dovizia di dettagli.

Nel periodo che precede la Quaresima sin dall’epoca di Svetonio venivano organizzate in città numerose «feste» che, lungi da sottendere il significato attuale, consistevano in  combattimenti tra cani e tori all’interno dei campi e campielli gremiti di pubblico.

Si trattava di eventi codificati con regole e ruoli ben precisi, a partire dal loro promotore, un «cortesan»che richiedeva alle autorità civili e religiose il permesso di poter svolgere la «caccia», altra denominazione della lotta, nel giorno e nell’ora prefissata. Seguiva una campagna pubblicitaria assai rudimentale ma allo stesso tempo efficace, che consisteva nel tendere una fune tra due case poste all’estremità del campo prescelto; da questa pendevano lunghe fettucce con sonagli che, mossi dal vento, facevano alzare la testa dei passanti e mirare una scritta posta in alto recante data e ora dello spettacolo.

Oltre a venir erette gradinate per il pubblico, botteghe ed esercizi erano tirati a lustro, mentre un’apposita commissione sceglieva i «tiradori», ovvero gli uomini deputati a tenere il toro per le corna mediante funi, che trattenevano o allentavano a seconda di come agivano i cani, molossi addestrati nei macelli a mordere le orecchie di buoi o vacche.

La fine della «festa» assomigliava molto all’odierna corrida, con i tori malconci decapitati da una grossa spada, mentre i più fortunati sfilavano lungo la piazza insieme ai «tiradori»intenti a godersi il successo accompagnati da grida e applausi del pubblico in delirio.

Lungi dall’essere un intrattenimento popolare, le cacce veneziane appassionavano i sovrani dell’Europa intera, al punto che la Serenissima rendeva loro omaggio proprio attraverso l’allestimento di un siffatto agone, traghettandolo, come si accennava poco sopra, nel cuore della città marciana. Qui nel 1740 avevano presenziato al combattimento il principe Federico Cristiano,  il duca di Wüttenberg (1762) e i conti del Nord (1782), come ci tramandano le cronache e numerose vedute dell’epoca, sfavillanti di luce e accattivanti costumi di scena.

Meno celebre dal punto di vista pittorico ma molto apprezzata da plebe e nobiltà era la caccia all’orso, del tutto omologa a quella ai tori ma più cruenta, poiché aveva come protagonisti i grandi animali selvaggi che non potevano essere gestiti dai «tiradori», in quanto privi di corna. Ciò infiammava ancora di più il pubblico dell’epoca, come accadde nel celebre evento svoltosi in campo Santa Maria Formosa nel 1688 in presenza del granduca di Toscana Ferdinando de’ Medici: ciascun orso venne legato a un palo mediante una catena abbastanza lasca da consentirgli di potersi difendere dai cani che gli si avventavano contro, con il rischio costante di soccombere tra le sue fauci.

Proprio per evitare ciò erano pronti a intervenire i «cacciatori», che alla bisogna infilavano un bastone nella bocca dell’animale facendo leva per aprirla e liberare il malcapitato molosso dalla presa.

Alla violenza del combattimento si sommavano spesso i più disparati incidenti, che determinarono la soppressione di siffatti spettacoli nel febbraio 1802, senza lasciare significativa memoria nella storiografia a venire, forse perché molto lontani dallo spirito gioioso che ha sempre contraddistinto l’immagine di Venezia.

Sembra incredibile che nella città del piacere, del divertimento e della spensieratezza  scaturisse un compiacimento per la violenza ritenuto incomprensibile anche da quei forestieri che così tanto si appassionavano alle cacce, come testimonia la «guerra dei pugni», il gioco preferito dai cittadini marciani.

Consisteva in un cruento combattimento tra squadre che si sfidavano su di un ponte prescelto, iniziando da duelli individuali sino a una zuffa collettiva per il possesso dello stesso, con il pubblico assiepato lungo le fondamenta o sui barcolami, mirabilmente illustrato in una veduta di Joseph Heintz il Giovane (Augusta, 1600-Venezia, 1678).

Qui il pittore mostra tutta la foga di un gioco d’inaudita violenza, definito dall’intellettuale settecentesco Basnatio Sorsi «Il più meschino tra i divertimenti del popolo veneziano […] barbaro e dannoso».

Pare un eco alle parole di re Enrico III che, giunto a Venezia nel 1574, assistette ad una «guerra dei pugni» dal balcone del suo palazzo, chiosandola con parole che non lasciano adito a fraintendimento: «Troppo poco per una guerra vera, troppa crudeltà per un semplice gioco».

La mia vocazione a razionalizzare mi ha fatto molto riflettere su questa frase, che ben riassume l’insensatezza del piacere legato alla violenza e al dolore, ancora tremendamente attuale. Tra tutte le riflessioni in merito l’ancora di salvezza al nichilismo è stata una conversazione con il mio maestro, purtroppo scomparso, Lionello Puppi, che aveva studiato la connessione tra piacere e sofferenza fisica, riferendomi che i prigionieri di guerra, torturati ed esanimi, riferivano ai loro aguzzini di aver raggiunto una gratificazione fisica simile al piacere sessuale.

Ho accolto quelle parole come l’alibi di cui avevo bisogno… e ho perdonato Venezia.

Federica Spadotto, edizione online, 22 gennaio 2021

©RIPRODUZIONE RISERVATA
  • «La guerra dei pugni», di Joseph Heintz il Giovane
  • «Caccia ai tori in Piazza San Marco», di Giovanni Battista Cimaroli
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