Rotta verso il contemporaneo

Guido Wannenes racconta come cambia la città di Genova

Guido Wannenes
Anna Orlando |  | Genova

Medioevo e Barocco sono tra gli scopi principali del turismo d’arte a Genova, come pure al centro degli studi e delle mostre di maggiore richiamo. Ma vi sono sentori forti che un secondo baricentro alternativo, se non sostitutivo, si sposti verso il contemporaneo. Ne parliamo con Guido Wanennes, classe 1974, titolare dell’omonima casa d’aste che alla sede genovese, nata nel 2001, ha aggiunto Roma (2003), Milano (2007) e Montecarlo (2017); un calendario su tre città e un fatturato annuo assestato sui 23 milioni di euro, con un passaggio di oltre 10mila pezzi venduti.

Genova oggi sta scoprendo il contemporaneo?

È una città dalla forte vocazione artistica. Da sempre. Oggi ci crede di più e indubbiamente il contemporaneo sta prendendo campo in tutti i settori.

Che parte hanno contemporaneo e design nel business della sua casa d’aste?

È un settore in vero fermento e di punta, copre circa il 30% del fatturato, con alcune aggiudicazioni eccezionali, come «Le Muse inquietanti» di de Chirico, 425mila euro nel 2020. «Le Civilisateur» di Magritte ha realizzato nel 2019 1.625.100 euro; un record del dipartimento.

Questi sono solo picchi o provano un interesse diffuso?

Diffuso. E in tutti i sensi: per il design il nostro mercato è al 95% internazionale, mentre per il moderno il 40% resta ancora in ambito italiano. Gli italiano sono decisamente buoni buyer per questi settori.

Che fisionomia ha il compratore tipico di arte contemporanea?

Di solito under 50, tra i 30 e i 50 anni; stiamo lavorando molto sulle generazioni dei millennial, perché in questo momento c’è grande attenzione per l’arte digitale che attrae soprattutto compratori molto giovani.

I giovani genovesi comprano arte?

Il grosso del fatturato è a livello mondiale. Ecco un dato: nell’ultima asta di arredi di fine maggio abbiamo avuto collegati oltre 1.600 buyer che coprono tutti i cinque continenti. Tuttavia, la casa d’aste resta ancorata fortemente a Genova, città a cui sono personalmente affezionato. Il rapporto con i collezionisti di qui è forte e duraturo. I genovesi si confermano collezionisti attenti e sofisticati. Quelli che comprano moderno e contemporaneo sono cosmopoliti, viaggiano moltissimo e sono aggiornati sulle tendenze internazionali: vivono a Genova perché lo hanno scelto, ma potrebbero abitare ovunque nel mondo.

L’antico rappresenta un freno e una zavorra nel processo di aggiornamento del gusto?

Assolutamente no. Uno degli aspetti più affascinanti del nostro lavoro resta il rapporto diretto con le opere d’arte di un passato lontano. E mentre fino a qualche anno fa si vedevano case totalmente classiche e altre completamente moderne, oggi il gusto radicalmente affermato
un po’ ovunque è fondato sul mix tra le diverse epoche: con il crossing è uno dei fenomeni tipici del collezionismo e quindi del gusto di oggi.

Passeggiando per Genova si vedono molto ben rappresentate tutte le epoche, dal Medioevo ad oggi. È un valore aggiunto della città?

Certamente. Genova ha un potenziale enorme, in parte ancora inespresso, e quindi con ampi margini per diventare una delle capitali artistiche d’Europa. A me fa piacere pensare che le case d’asta genovesi abbiano un ruolo attivo in questa trasformazione: rappresentano un plus per la città, perché catalizzano su Genova un’attenzione globale e planetaria. Per questo facciamo scelte cosmopolite, ma manteniamo salde la radici in città, così contribuiamo alla sua promozione e valorizzazione.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Anna Orlando
Altri articoli in ARGOMENTI