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Archeologia

Ricognizioni in Libano e Kurdistan

Due campagne archeologiche dell'Università di Udine da poco concluse

Uno dei due templi romani di Qasr Naous ad Ain Akreen nella piana di Koura, in Libano

Udine. Due campagne archeologiche condotte dall’Università degli Studi di Udine, con finanziamenti propri e del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale, si sono da poco concluse con un ciclo di ricognizione ed esplorazione in due Paesi del Vicino e Medio Oriente: il Libano e il Kurdistan. Entrambe dirette da Marco Iamoni, docente presso l’Ateneo udinese, nel Libano in collaborazione con May Haider dell’Università Libanese Third Branch di Tripoli, nel Kurdistan iracheno con Hassan Ahmed Qasim, direttore delle Antichità di Dohuk, hanno portato a importanti risultati, tali da auspicare una prosecuzione del progetto di ricerca a partire dall’anno in corso.

In Libano la missione italo-libanese, giunta alla seconda campagna, si è concentrata tra ottobre e novembre nella parte nord del paese, nella piana di Koura e nelle moderne città di Amoun e Kousba, un’area dell’entroterra prima d’ora mai esplorata, in prossimità della costa e non lontano delle imponenti montagne del Libano in direzione est: la ricognizione ha condotto alla ricerca e catalogazione di siti non ancora identificati attraverso lo studio delle immagini satellitari prima e alla prospezione diretta sul campo poi e che è confluita nell’elaborazione di mappe di distribuzione. Sono 60 di fatto i siti individuati in un centinaio di kmq presi in esame, con uno spessore cronologico e culturale molto ampio, dal Paleolitico al Medioevo. «Antiche fonti storiche di epoca egizia, risalenti al XIV secolo a.C., sottolinea Iamoni, parlano di siti collocati in questa zona e di Ammia, città nominata dai faraoni egizi». Le prime ipotesi che la identificavano con la moderna Amoun potrebbero avere ora delle conferme grazie al lavoro svolto dalla missione italo-libanese.

La missione in Kurdistan (la prima, tra agosto e ottobre 2018) è stata invece un’indagine di scavo sul sito già identificato durante il progetto «Terra di Ninive» condotto dallo stesso Ateneo udinese sotto la guida di Daniele Morandi Bonacossi dal 2012. In questo caso ci si è concentrati a indagare lo sviluppo dell’insediamento di epoca neolitica e calcolitica di Asingrian, presso la moderna città di Rovia nella regione del Kurdistan iracheno, in Iraq settentrionale. Tale sito ha la caratteristica quasi unica di essere stato occupato senza soluzione di continuità a partire almeno dal 7000 a.C. fino a tutto il III millennio a.C.

«Un dato importante, afferma Iamoni, perché in questo arco temporale le comunità umane abbandonano un sistema di vita basato su villaggi di piccole dimensioni e passano successivamente a insediamenti di tipo urbano. Il sito offre la possibilità di studiare tale periodo di passaggio per capirne le ragioni da un punto di vista archeologico ma anche in un’ottica moderna, con dinamiche legate a quelle simili avvenute nella nostra contemporaneità».

I sondaggi esplorativi effettuati hanno permesso di identificare la presenza di una serie di depositi fluviali che testimoniano la presenza in antico di condizioni climatiche completamente diverse rispetto al presente. Non a caso la Piana di Navkur presente nell’area di Asingrian significa Piana del fango. La campagna si è concentrata sul completamento della ricognizione intensiva del sito e sulla preparazione di un digital terrain model (modello digitale di elevazione) che servirà da pianta topografica 3D necessaria a posizionare l’apertura dei prossimi cantieri previsti per la campagna 2019.

Melania Lunazzi, da Il Giornale dell'Arte numero 396, aprile 2019


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