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Quella polvere di grandezza depositata a Chatsworth

La mostra organizzata da Sotheby's a New York con uno straordinario dispendio di mezzi

Due tamburi del reggimento inglese (forse fatti risuonare nella battaglia di Waterloo) in esposizione da Sotheby's a New York

New York. Che cosa cerca un collezionista quando vuole possedere un’opera d’arte? Molte cose insieme, ovviamente, non ultimo un briciolo di nobiltà: quella polvere di grandezza che si è depositata sul manufatto quando era custodito nella country house dei Cavendish a Chatsworth, per esempio.

Il 13 settembre si è chiusa, da Sotheby’s New York, la mostra intitolata «Treasures from Chatsworth» (con opere non in vendita) e quella parallela «Inspirated by Chatsworth. A Selling Exhibition» (dove tutto era in vendita). L’idea non è particolarmente originale ma è stata realizzata con uno straordinario dispendio di mezzi, segno che ai piani alti della casa d’aste inglese si aspettano dei risultati concreti, anche in tempi lunghi.

Faccio un solo esempio. Tra qualche anno chi si ricorderà più l’esatto confine tra l’esposizione della collezione vera, inalienabile, e di quella finta, messa in vendita? Passerà l’idea, strisciante, che i duchi del Devonshire sono stati clienti di Sotheby’s: quale migliore pubblicità per attirare altri collezionisti di sangue blu?

Ma veniamo ai fatti. L’occasione è quella di festeggiare il 275mo compleanno di Sotheby’s e, soprattutto, di inaugurare nuovi spazi espositivi presso la sede newyorkese. Tra le 40 opere provenienti da Chatsworth: un disegno di Leonardo, un dipinto di Rembrandt, qualche Canaletto, un paio di splendidi ritratti di Lucian Freud ecc. Le opere sono state collocate in uno spazio in grado di garantire un’esperienza immersiva, di quelle giocate sull’interazione tra capolavori, musica e video (volendo si può bere un bicchierino di gin che aiuta sempre).

La chiave di lettura dell’operazione è abbastanza chiara: i Cavendish hanno collezionato opere d’arte per 16 generazioni, fatevi ispirare da loro: «I collezionisti di oggi avranno l’opportunità di iniziare o arricchire le loro collezioni con opere di eccezionale qualità nel gusto di Chatsworth». Suona più o meno così la pubblicità dell’evento. Ma che cosa si può comprare nel gusto di Chatsworth? Vediamo un po’.

Molti degli autori esposti nella mostra maggiore appaiono con opere di serie B: un ritratto della bottega di Rembrandt, un capriccio, non una veduta, di Canaletto, un tristissimo Freud, oltre a una sua acquaforte. Non potevano mancare opere che evocano la storia inglese (un Enrico VIII della bottega di Hans Holbein) oppure l’aristocrazia in generale, grande e piccola che sia (un «Ritratto di Alessandro Farnese» di Anthonis Mor e uno di Giuliano II Cesarini di Gervasio Gatti). Poi un po’ di pittura italiana, che sta sempre bene. Qualche scultura: l’ennesima replica del «Busto di Napoleone Bonaparte» di Antonio Canova. Una manciata di oggetti d’arte decorativa contemporanea. Qualche mobile. Un po’ di gioielli. Un paio di tarsie. Argenti, francesi e inglesi. Infine due bei tamburi del reggimento inglese, forse fatti risuonare nella battaglia di Waterloo. Alla cifra di 140mila dollari si vorrebbe almeno la certezza che siano stati uditi dalle orecchie di Napoleone, perbacco.

Insomma un bric à brac ispirato a Chatsworth che non fa Chatsworth, questo è certo. L’impresa dimostra che il Nuovo Mondo continua a subire il fascino di quello Vecchio: dimenticando che su questa terra si può acquistare di tutto, dal cranio di Cartesio alle ceneri di Truman Capote, a esclusione di ciò che non è in vendita. Desiderare qualcosa che è indisponibile crea frustrazione, a meno di accontentarsi di cloni, derivati et similia: Inspirated by Chatsworth.

Simone Facchinetti, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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