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Portare le opere dai musei nelle chiese originarie

Eike Schmidt: «L'arte sacra non è nata come opera d'arte, ma per uno scopo devozionale»

La Madonna Rucellai di Duccio, 1285, Firenze, Uffizi (particolare). La tavola venne commissionta dalla Compagnia dei Laudesi, che aveva una particolare devozione per la Madonna, per la propria cappella in Santa Maria Novella e spostata nel 1591 nella Cappella Rucellai cui deve il suo nome

Il 27 maggio il direttore degli Uffizi Eike Schmidt ha dichiarato alla stampa di essere dell’idea che molte opere d’arte sacra attualmente presenti nei musei e nei depositi debbano essere restituite alle chiese da cui provengono. Ha perfino aggiunto che una delle opere più famose degli Uffizi, la Madonna Rucellai dipinta da Duccio intorno al 1275, dovrebbe tornare nella sua collocazione originaria, la chiesa fiorentina di Santa Maria Novella, da cui è stata rimossa nel 1948.

L’idea rientra nel piano post coronavirus degli Uffizi, secondo il quale il museo sta studiando una diversificazione dell’offerta e l’esposizione «diffusa» delle opere al di fuori della sede stessa.

Schmidt conviene che ci sono vantaggi nell’esporre le opere in un museo: ad esempio, la Madonna Rucellai è presentata accanto alle pale d'altare di altri due comprimari del primo Medioevo italiano, Cimabue e Giotto, in modo da consentire paragoni. Però è al contempo convinto che l'assenza della Madonna Rucellai da Santa Maria Novella privi la chiesa di una parte essenziale della sua storia e del suo significato.

«L'arte sacra non è nata come opera d'arte, ma per uno scopo devozionale, solitamente in un contesto religioso», ha affermato. Ha inoltre aggiunto che, tornando nell'edificio per il quale è stata concepita, l’opera verrebbe vista nel corretto contesto storico e artistico e lo spettatore potrebbe più facilmente comprenderne il significato religioso. «Se non credesse nell’importanza del contesto, ha continuato, lo Stato italiano non avrebbe il concetto legale di arte, né il vincolo pertinenziale, né praticherebbe l'archeologia contestuale invece di scavare “alla Indiana Jones” alla ricerca di capolavori».

Schmidt è anche il presidente del Fondo edifici di culto (Fec), che fa parte del Ministero degli Interni e a cui appartengono quasi 900 tra chiese ed edifici religiosi. Ha individuato un migliaio di opere d'arte sacra dei depositi delle Soprintendenze italiane (gli enti statali responsabili per l'arte, l'architettura e l'archeologia), portate nei musei per ragioni conservative soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Non esiste un catalogo di queste opere e non sono facilmente accessibili nemmeno per gli studiosi, per cui la situazione attuale è altamente indesiderabile.

Poiché la maggior parte delle chiese coinvolte appartiene al Fec, l’atto di restituzione non incontrerebbe complicazioni legali, in quanto le opere passerebbero da un ente dello Stato a un altro.

I problemi di conservazione e sicurezza dovrebbero ovviamente essere risolti, ma la tecnologia moderna rende entrambi molto più facili rispetto al passato; come ha sottolineato Schmidt, la Pala di Castelfranco di Giorgione, una delle opere più importanti del Rinascimento italiano, è esposta in condizioni ottimali di sicurezza nella chiesa per la quale è stata dipinta.

La reazione alla proposta di Schmidt è stata contrastante. Tralasciando i commenti offensivi dei fanatici del patrimonio, monsignor Timothy Verdon, direttore sia dell’Ufficio Diocesano di Arte Sacra sia del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, ha dichiarato all’Ansa che reputava quella di Schmidt «una provocazione molto positiva», ma irrealizzabile «per ragioni che tutti capiranno», mentre l'arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori, ha commentato: «La proposta va analizzata, ma in ogni caso dovrebbe essere considerata sulla base dei propri meriti».

Interpellato sulla questione, Mark Jones, ex direttore del Victoria & Albert Museum, ha osservato che si dovrebbe analizzare caso per caso, ma che la proposta a suo parere va nella giusta direzione. «Chiunque sia interessato all'arte sa che è preferibile apprezzarla nel suo contesto. Dovrebbero essere stabilite le condizioni di sicurezza e conservazione che una chiesa deve garantire per riottenere le proprie opere e, a quel punto, il ritorno a casa di ogni opera dovrebbe essere celebrato con una cerimonia».

Anna Somers Cocks, edizione online, 4 giugno 2020



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