Pier Francesco Foschi a tutto tondo

Emerso dall’oblio solo a metà del ’900, l’allievo di Andrea del Sarto è finalmente protagonista di una mostra alla Galleria dell’Accademia

«Sacra famiglia con san Giovannino» (1526-30) di Pier Francesco Foschi (particolare)
Laura Lombardi |  | Firenze

A Giorgio Vasari Pier Francesco Foschi proprio non doveva andare a genio, tant’è che nelle «Vite» la sua biografia non appare ed è citato solo se coinvolto in imprese collettive, come quando collabora con Pontormo alle decorazioni delle ville di Careggi e di Castello (ora perdute). Eppure, alla sua epoca quell’allievo di Andrea del Sarto, figlio a sua volta di un allievo di Botticelli, ebbe una certa fama, chiamato da famiglie illustri fiorentine quali i Medici, i Pucci, i Torrigiani, e capace di ottenere la commissione di ben tre pale per la Chiesa di Santo Spirito. Potrebbe essere stato quest’ultimo un motivo di invidia da parte di Vasari? O potrebbe invece essergli dispiaciuto lo stile talvolta un po’ arcaicizzante nel quale Foschi declina la lezione sartesca?

La mostra «Pier Francesco Foschi (1502-1567), pittore fiorentino», nella Galleria dell’Accademia di Firenze dal 28 novembre 2023 al 10 marzo 2024, offre attraverso una selezione di circa 40 dipinti, provenienti da musei internazionali e da collezioni private, gli strumenti per meglio comprendere la personalità dell’artista, emerso dall’oblio solo a metà del ’900, nel clima di più diffusa sensibilità della critica verso il cosiddetto Manierismo, grazie a Roberto Longhi (1952) e ad Antonio Pinelli (1967), ma poco considerato in seguito, se si eccettuano gli studi di Louis Waldman (2001) e soprattutto quelli di Simone Giordano nel 2007. Giordano è infatti cocuratore della mostra diretta e curata da Cecilie Hollberg (direttrice uscente della Galleria dell’Accademia) insieme a Elvira Altiero e a Nelda Damiano, che a Foschi ha dedicato la mostra «Wealth and Beauty» ad Athens in Georgia nel 2022.
«Madonna col Bambino in trono con un angelo musicante tra i santi Benedetto e Bernardo, (Pala Lotti)» (1523-26)di Pier Francesco Foschi. Foto Cristian Ceccanti
Il percorso, articolato in cinque sezioni, muove dalle prime opere molto vicine ad Andrea del Sarto, come si vede nell’impaginazione sobria e controllata della «Madonna col Bambino» (per Benedetto Lotti) del 1526, con le figure laterali memori dei monocromi del chiostro dello Scalzo, oppure la «Sacra Famiglia» (conservata alla Galleria dell’Accademia), tipico esempio del modo di assemblare invenzioni del suo maestro in soluzioni inedite. Un confronto diretto con Andrea del Sarto è proposto accostando il suo «Sacrificio di Isacco» (la prima delle tre versioni, rimasta incompiuta nella bottega e ora in prestito da Cleveland) alla replica realizzata da Foschi, risarcita nel taglio che aveva in alto a destra, che proprio a quella pala si riferisce, come si desume da dettagli assenti nelle altre. Il rapporto tra i due artisti è poi evocato dall’accostamento del «Paliotto Passerini», il cui bordo superiore è ricamato su disegno di grandi artisti, tra cui Andrea del Sarto, alla tavola con «Madonna col Bambino» di Foschi, che chiaramente discende da quel modello.

Ricco il nucleo delle pale d’altare con la ricostruzione di alcuni insiemi poi smembrati, come nel caso dei laterali del «Polittico del Sacramento» con san Rocco e san Sebastiano, conservati nella Chiesa di San Iacopo e Antonio a Fivizzano (Massa Carrara), riuniti alle predelle provenienti dalla Fondazione Longhi: tutti restaurati grazie al finanziamento di Fabrizio Moretti (manca solo la lunetta per motivi conservativi); oppure la «Pala della Madonna del Piano» (da San Benedetto a Settimo) presentata insieme alle sue predelle, una proveniente dal museo di Indianapolis, l’altra recentemente ritrovata presso l’antiquario Benappi da Carlo Falciani.
«Giuditta e Oloferne» di Pier Francesco Foschi
Delle tavole per Santo Spirito prima evocate, la «Trasfigurazione» è ancora in corso di restauro nella chiesa stessa, ma è in mostra la «Resurrezione», dove il tema è interpretato da Foschi in modo assai coinvolgente, con i soldati nell’atto di svegliarsi, stupiti e quasi spaventati: qui appare chiaro il ricorso a certe deformazioni michelangiolesche, come nella testa della figura urlante sulla destra o nei mascheroni che ornano gli elmi e le corazze dei soldati. Tra i quadri di soggetto sacro spicca la bella «Giuditta e Oloferne» (Londra, The Spier Collection), nella quale Foschi cattura il momento in cui l’eroina biblica ha già sferrato il primo colpo e si appresta con violenza, non scevra da una certa eleganza formale e cromatica, a compiere il gesto definitivo.

Non poteva mancare un focus sull’attività ritrattistica che Foschi svolse con successo: spiccano il «Ritratto di giovane», dall’aria malinconica, con una corona di fiori nella mano destra (garofano, rosa, ginestra…), il «Ritratto del cardinale Antonio Pucci» (già attribuito a Bronzino), oppure il «Ritratto di donna» dalla collezione Thyssen di Madrid, dove Foschi aderisce alla sofisticata trasposizione degli ideali petrarcheschi in voga nella Firenze medicea e guarda (come suggerito da Keith Christiansen nel 2021) a Bronzino nel «Ritratto di dama con cagnolino». Un’eco di quell’artista si avverte anche nel «Ritratto di Bartolomeo Compagni» (Cummer Museum di Jacksonville, Florida), che potrebbe peraltro essere il compagno della dama effigiata da Foschi, essendo le figure inquadrate nella medesima partitura architettonica, sebbene le fonti ci dicano solo che nel 1541 egli sposò una certa Barbara Fiamminga. Certo, un confronto con altri pittori coevi sarebbe stato interessante ma, negli spazi non amplissimi pur se molto ben allestiti, ciò avrebbe significato perdere l’occasione di ritrovare Foschi «a tutto tondo».

© Riproduzione riservata «Ritratto del cardinale Antonio Pucci» (1540) di Pier Francesco Foschi
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