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Il re nudo

Per fare cultura ci vogliono infrastrutture

Per risollevare l'Italia è necessario immaginare lo sviluppo del Paese come una totalità

L'infrastruttura italiana per eccellenza: l'Autostrada del Sole, in un tratto in provincia di Reggio Emilia. Foto tratta da Wikipedia

Il ruolo dell’Amministrazione pubblica è cruciale: sono necessari investimenti per riequilibrare il grande divario tra Nord e Sud. Lo sviluppo territoriale è direttamente proporzionale all’incremento degli asset culturali e infrastrutturali.

Malgrado cultura e infrastruttura evochino due immaginari completamente differenti, la loro connessione è molto più forte rispetto a quanto si tenda di solito a immaginare. A ben vedere, infrastrutture e cultura sono legate da due «fili». Il primo è un filo che lega infrastrutture e «consumi culturali», ed è di facile comprensione: a parità di condizioni, un posto più raggiungibile verrà visitato di più. Il secondo filo è più sottile, ma non per questo meno importante, e riguarda il rapporto tra «infrastrutture» e «produzioni culturali». Per capire tale legame, si pensi che tra le dieci città che «Forbes» ha indicato come «le più influenti al mondo», sette sono state indicate come quelle «più innovative» dal World Economic Forum e nove rientrano tra le prime dieci città hi-tech: una connessione che non può essere trascurata.

Avviare una riflessione strutturata sul ruolo che le infrastrutture giocano all’interno dei processi di valorizzazione territoriale, incluse anche le dimensioni più prettamente culturali, è oggi estremamente importante.

Per comprendere con maggiore dettaglio il fenomeno, si pensi ai dati, pubblicati da Istat, relativi agli indicatori regionali delle politiche di sviluppo. Tale banca dati raccoglie differenti informazioni di natura infrastrutturale, sia questo termine inteso nel senso più comune, come nel caso di aeroporti o di rete ferroviaria, sia nel senso più ampio, includendo all’interno delle infrastrutture la domanda culturale, la demografia di impresa e altre variabili più qualitative.

L’analisi di alcuni di questi dati consente di analizzare entrambe le dimensioni che pongono in relazione la cultura con le infrastrutture, conducendo a conclusioni del tutto affini a quanto affermato e sfatando, in parte, alcune convinzioni diffuse nell’immaginario di chi si occupa di cultura. In questo senso, ad esempio, è frequente la convinzione che vede una correlazione diretta tra tasso di istruzione e frequenza dei musei. Questa convinzione, del tutto realistica nel caso di analisi di piccoli cluster di visitatori domestici, perde la propria efficacia analizzando i dati dal punto di vista territoriale.

Aggregando i dati, infatti, il livello di correlazione tra il «numero di visitatori degli istituti statali di antichità e d’arte per istituto statale» e la «popolazione in età 30-34 anni che ha conseguito un livello di istruzione 5 e 6 (isced97) in percentuale sulla popolazione nella stessa classe di età (totale)» è notevolmente inferiore alla correlazione tra i visitatori e i «passeggeri sbarcati e imbarcati per via aerea (numero per 100 abitanti)». Che cosa vuol dire? Vuol dire che il binomio istruzione-cultura, su dati aggregati in scala regionale, è valido soprattutto per quei consumi culturali rivolti a un settore «domestico», come nel caso dei teatri, ma lo è meno per quei consumi culturali, come musei e mostre, che invece sono rivolti anche a turisti o a target internazionali.

Malgrado l’apparente ovvietà di tale affermazione, le implicazioni cui essa conduce non lo sono affatto: raramente l’agenda pubblica ha indicato nell’incremento delle infrastrutture fisiche uno dei cardini delle azioni di rilancio culturale e altrettanto raramente il settore pubblico e il settore privato hanno realmente creato un’offerta culturale (extramuseale) rivolta a visitatori internazionali.

In un momento come questo una riflessione di questo tipo assume tutte le caratteristiche dell’urgenza: oggi, che per l’emergenza derivante dal Covid-19, il grande divario infrastrutturale tra le differenti aree del nostro Paese sta mostrando tutta la propria criticità, è necessario porsi obiettivi estremamente ambiziosi per poter affrontare il postemergenza.

Il dilagare dell’emergenza a livello globale avrà infatti significativi effetti su tutti i comparti economici, anche su quello museale che mostra una forte dipendenza dal turismo internazionale, per il quale si stimano in ogni caso dei significativi rallentamenti. Ciò implica la necessità di andare a incentivare una domanda prevalentemente domestica per la quale sarà necessario strutturare azioni diffuse su tutto il territorio nazionale, soprattutto nei luoghi ad oggi meno raggiunti sul versante nazionale.

Questa riflessione ci conduce direttamente al secondo legame tra cultura e infrastruttura: la già citata correlazione tra il livello di istruzione e la partecipazione a consumi culturali per spettacoli teatrali e musicali, è da porsi in relazione anche alla correlazione esistente tra il tasso di istruzione, lo sviluppo economico e sociale e lo sviluppo culturale.

In altri termini, i dati analitici permettono di confermare che lo sviluppo territoriale non può che affermarsi laddove coesistano azioni volte a incrementare contemporaneamente gli asset culturali, infrastrutturali fisici (mobilità, atenei specializzati) e infrastrutturali intangibili come il grado di imprenditorialità giovanile o il livello di coesione sociale.

In ognuna delle dimensioni citate, il ruolo che la Pubblica Amministrazione può giocare nell’immediato futuro è cruciale. La grande «ripartenza» dell’Italia, così a gran voce proclamata, non può che riguardare in primo luogo il livello degli investimenti che è necessario realizzare per risollevare il Paese. Investimenti che riescano a riequilibrare il grande divario presente tra le varie aree del Paese, e che permettano quindi alla nostra nazione di potenziare la capacità economica, produttiva e culturale.

In questo senso, il rapporto Svimez individua un dato che riesce a definire, in modo esemplare, la condizione della gestione della nostra res pubblica: nel 2018, gli investimenti in conto capitale delle Amministrazioni Pubbliche hanno evidenziato un ritardo fondante per le regioni meridionali. È chiaro che questa dimensione non può essere recuperata in pochissimo tempo, così come è chiaro che, date le dimensioni dell’emergenza e la localizzazione delle regioni attualmente più colpite, non si possa immaginare un intervento pubblico che vada ad investire soprattutto nel Sud.

Da ciò deriva la necessità di introdurre sempre più, nel nostro Paese, progetti che coinvolgano attori differenti, pubblici e privati, con ruoli e attività differenziati. Il cosiddetto partenariato pubblico-privato può quindi includere soggetti di differente natura, dal grande investitore alla piccola impresa di servizi culturali, e definire un progetto che restituisca una visione «globale» di sviluppo del territorio.

Secondo uno studio della Corte dei Conti Europea l’implementazione di strumenti di partenariato pubblico-privato mostra ancora ampi margini di miglioramento, soprattutto sul versante delle competenze da parte dell’Amministrazione. Criticità che vanno superate, con grande coraggio, in questo momento, ricorrendo a tutti gli strumenti che è possibile utilizzare.

Non si tratta di una battaglia culturale, né di una sfida economica. Si tratta di immaginare lo sviluppo del nostro Paese come una totalità, per favorire la mobilità interna, l’incremento dei consumi culturali e non culturali di natura interregionale, favorire la crescita di economie oggi a bassa produttività. Questo consente al nostro Paese di crescere, globalmente, e potersi posizionare con maggiore credibilità anche sul contesto internazionale. Questo significa favorire il nostro mercato turistico e culturale, ma anche il nostro segmento produttivo. Continuare a tracciare una linea di confine tra le dimensioni culturali e quelle più prettamente produttive è un errore che non possiamo più permetterci.

Stefano Monti, da Il Giornale dell'Arte numero 409, agosto 2020



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