Paolo Pellegrin: la prima committenza

Il rapporto tra l’uomo e la natura in fotografie, installazioni e video realizzati per l’apertura sede torinese di Gallerie d'Italia

«Icebergs in Disko bay, Greenland» (2021) di Paolo Pellegrin © Paolo Pellegrin/Magnum Photos
Rica Cerbarano |  | Torino

Paolo Pellegrin è uno dei maestri indiscussi della fotografia contemporanea internazionale. Nel corso della sua lunga carriera, ha saputo documentare la realtà della nostra epoca con una rara consapevolezza del duplice ruolo della fotografia: da un lato testimonianza del reale e dall’altro strumento di indagine della soggettività. Non stupisce che il quarto museo delle Gallerie d’Italia, con sede a Torino, apra dunque con una grande mostra di questo autore: «La fragile meraviglia», a cura di Walter Guadagnini, nata come prima committenza di Intesa Sanpaolo che ha impegnato Pellegrin nella realizzazione di un corpus di immagini dedicate a uno dei temi centrali della contemporaneità: il rapporto tra l’uomo e la natura.

Il nuovo museo dedicato alla fotografia è uno spazio che si interroga sul futuro e agisce come testimone del proprio tempo: da qui la scelta di mettere in mostra progetti inediti che indagano i temi caldi dell’attualità, dal cambiamento climatico alla parità di genere, dalla pace alla lotta alla povertà. «L’ispirazione viene da uno dei progetti più grandi di sempre, la Farm Security Administration: l’obiettivo è di raccontare il nostro tempo, esporlo, archiviarlo, renderlo fruibile al pubblico e poi trasformarlo in materiale di divulgazione e di partnership per il museo», racconta Antonio Carloni, Vicedirettore di Gallerie d’Italia - Torino. «La committenza è la modalità che abbiamo scelto per unire le grandi tematiche del contemporaneo con il pubblico del museo. Vogliamo dare ai fotografi la possibilità di lavorare su progetti a lungo termine creando le condizioni migliori per sviluppare le loro storie».

Paolo Pellegrin ha viaggiato per oltre un anno alla ricerca di immagini che immortalassero la grandiosità della natura: dall’Islanda alla Groenlandia, dalla Sicilia al Delta del Po, dalla Namibia al Costarica, i suoi scatti si raccolgono attorno alla presenza dei quattro elementi naturali (terra, acqua, aria e fuoco), sui quali l’umanità si interroga da sempre, in una sorta di interpretazione metaforica e spirituale che scavalca le rigidità delle conoscenze scientifiche.

Se in uno dei suoi lavori precedenti, un reportage pubblicato sulla rivista «Time» nel 2018, Pellegrin puntava l’obiettivo sui ghiacciai dell’Antartide in via di scioglimento, affrontando in maniera diretta il tema del cambiamento climatico, questa volta il fotografo si rivolge alla natura con uno sguardo memore delle poetiche del «sublime», dove il fascino nasce dalla dismisura, il bello dalla paura.

Nei suoi scatti ne coglie le diverse manifestazioni, individuando come caratteristica primaria e costante quella «fragile meraviglia» che dà il titolo alla mostra e all’intero progetto. Spiega il curatore Walter Guadagnini: «le immagini realizzate da Pellegrin mostrano una natura intesa come forza primigenia che può anche trascendere l’approccio razionale al tema. Che si tratti dell’eruzione di un vulcano o di un gigantesco iceberg, delle dune del deserto o della vegetazione tropicale, Pellegrin trasforma le proprie immagini in frammenti spesso irriconoscibili di un’unica visione, nella quale la fotografia non si limita a documentare luoghi ed eventi specifici, ma diviene lo strumento per una reinvenzione fantastica del mondo».

Allontanandosi dunque dall’idea di reportage classico, a cui Pellegrin è stato fedele per molto tempo, la sua fotografia si traduce in visioni di superfici e paesaggi che celebrano la forza dirompente dell’elemento naturale, provocando nell’osservatore una reazione ambivalente: in bilico tra fascino e timore, è inevitabile che esso si trovi a riflettere sul proprio ruolo nel mondo e sul proprio rapporto con l’ambiente.
«Eruption of the Fagradalsfjall volcano, Reykjanes peninsula, Iceland» (2021) di Paolo Pellegrin © Paolo Pellegrin/Magnum Photos
Se è vero che l’immagine fotografica trova il suo massimo grado di completezza solo nello sguardo dell’osservatore, come piace pensare a Pellegrin, in questo caso il punto di vista di chi guarda diventa ancora più cruciale, perché per la prima volta nella sua lunga carriera il fotografo rinuncia pressoché totalmente alla presenza dell’uomo nelle sue immagini: benché compaia come figura sfuggente in alcuni scatti, l’essere umano si materializza da un lato come osservatore, meravigliato e sopraffatto dalla maestosità del naturale, e dall’altro come agente di una trasformazione che ha conseguenze irreversibili sulla vita della Terra.

Soprattutto nella produzione più recente, la fotografia di Pellegrin trova una corrispondenza simbolica nell’idea del processo sottrattivo tipico della scultura: dove il blocco di marmo viene scavato per arrivare al fulcro della propria visione, allo stesso modo Pellegrin toglie per aggiungere significato, l’assenza della figura umana si traduce dunque nella presa di consapevolezza del suo ruolo. Fotografare un iceberg, un ghiacciaio o gli alberi bruciati negli incendi in Australia (unica serie nata prima della committenza entrata a far parte di questo progetto) significa parlare dell’uomo e della sua azione, ponendo l’accento su quello che è il suo rapporto con lo spazio in cui abita e, allo stesso tempo, con il grado più primitivo di se stesso.

«Le modalità espositive adottate variano dalla semplice stampa in cornice all’utilizzo di materiali e tecniche diverse che travalicano le modalità classiche di esposizione, aggiunge Guadagnini. L’allestimento concorre all’impatto finale di questo lavoro, sia in termini contenutistici che visuali. L’idea è di offrire al pubblico una mostra che lo affascini e che, speriamo, lo ispiri».

In mostra immagini, video e installazioni che trasformano lo spazio delle Gallerie d’Italia - Torino in un luogo di apparizioni, più che di semplice esposizione. Il pubblico è invitato a osservare la maestosità della natura nella sua versione più pura e meditativa, confrontandosi con immagini che come la Terra subiscono mutazioni visive e materiali: abbandonano così la pretesa di raccontare verità assolute a favore di una narrazione visionaria ed enigmatica.
Ad accompagnare la mostra, un dialogo tra il fotografo e Mario Calabresi (che da anni segue con attenzione il lavoro di Pellegrin) fruibile attraverso la guida digitale del museo, e un volume edito da Gallerie d’Italia | Skira.

GALLERIE D’ITALIA - TORINO
I contributi speciali pubblicati nei mesi scorsi per approfondire alcune questioni cruciali del dibattito contemporaneo sulla fotografia in vista dell’apertura della nuova sede di Gallerie d’Italia

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