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Mostre

Palmira alla Ny Carlsberg Glyptotek

Un’impareggiabile collezione danese, oltre 100 pezzi, di sculture funerarie risalenti ai primi tre secoli d.C.

Busti di due schiavi

Copenaghen. La tragica guerra di Siria ha di nuovo richiamato i riflettori dei media su Palmira, l’oasi ai margini orientali dell’impero romano tra l’Eufrate e il Mediterraneo, diventata celebre per le sue rovine monumentali, per la sua arte raffinata in cui si fondono ispirazioni multiculturali, per la regina Zenobia che sfidò impavida le legioni di Roma.

Tutelata dall’Unesco sin dal 1980, negli ultimi anni la «Sposa del deserto» ha conosciuto le distruzioni dell’Isis che hanno indignato l’opinione pubblica mondiale; iniziative internazionali di grande rilievo stanno adesso tentando di recuperarne almeno in parte il patrimonio e la memoria sfregiati. «La strada verso Palmira», dal 20 settembre al primo marzo alla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, è l’ultima e più ricca di queste iniziative.

La mostra si basa infatti sull’impareggiabile collezione, oltre 100 pezzi, di sculture funerarie risalenti ai primi tre secoli d.C., in gran parte ritratti ad altorilievo che in alcuni casi conservano tracce di policromia. Sono finite in Danimarca a fine Ottocento: una sezione ricostruisce quelle vicende, l’acquisto da territori allora ottomani, con foto e documenti d’epoca; paradossalmente, questa spoliazione coloniale le ha salvate un secolo dopo dalla distruzione o dalla vendita sul mercato nero.

La più conosciuta tra le sculture esposte, «La Bella di Palmira» con evidenti residui di colori, è stata anche fatta rivivere in formato digitale dai ricercatori della Glyptotek: per mostrare, depurati dai danni del tempo, i canoni di bellezza che incarna. Nell’allestimento della scenografa danese Anne Schnetter una sezione è poi dedicata alla regina Zenobia, il cui mito viene ripercorso nelle sue rappresentazioni letterarie, figurative, cinematografiche.

Oltre a ripercorrere la storia ottocentesca della riscoperta della città antica, la mostra offre poi la ricostruzione in scala 1:1 di una tomba e in sottofondo il paesaggio sonoro dell’oasi ricreato per l’occasione. Una mostra scientificamente rigorosa, capace però di sedurre coinvolgendo (quasi) tutti i sensi.

Giuseppe Mancini, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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