Non mi riconosco in un ruolo di cocuratore che si trova inghiottito in logiche non proprie

Riceviamo e pubblichiamo una lettera della storica dell’arte Anna Orlando, in merito alle polemiche suscitate dalla mostra su Artemisia in corso al Palazzo Ducale di Genova

Alcuni dei gadget in vendita alla mostra «Artemisia Gentileschi. Coraggio e passione» in corso a Palazzo Ducale a Genova
Anna Orlando |  | Genova

La mostra «Artemisia Gentileschi. Coraggio e passione», ospitata a Genova da metà novembre a Palazzo Ducale (allora sotto la direzione di Serena Bertolucci), prodotta dalla società Arthemisia guidata da Iole Siena e curata da Costantino D’Orazio con la mia collaborazione, ha alzato un polverone di polemiche. In una piccola sala, che si deve necessariamente attraversare, una voce fuori campo recita con toni teatrali alcuni passi delle carte del processo ad Agostino Tassi. Come se fosse Artemisia a ripeterli ancora oggi, più e più volte. Le immagini dei quadri dove lei compare spesso «in veste di» martire o eroina sono proiettate sulle pareti e si liquefanno in colate di sangue. Al centro, un letto sfatto.

Una lettera aperta del 3 febbraio indirizzata a Comune di Genova, Regione Liguria e Palazzo Ducale, firmata da attiviste femministe, giornaliste, studiose, studentesse e curatrici, chiede la rimozione della sala e di alcuni prodotti in vendita al bookshop. Si fa esplicito riferimento alla mia presenza «tra i curatori», richiamando anche il mio ruolo di «consulente per l’arte del Comune di Genova». Lo stesso appello afferma che la scelta di intervenire sull’allestimento spetta alle istituzioni, e non alla società produttrice né ai curatori. Questa affermazione, che svela di per sé la strumentalizzazione politica dell’appello, prescinde anche dalla conoscenza dettagliata degli accordi tra chi ospita e chi produce la mostra. Ma, a parte questo (che non è un dettaglio), vedere il mio nome associato a scelte non mie, né da me condivise, mi porta a intervenire.

La mia cocuratela è stata suggerita/richiesta dalla Fondazione ospite affinché l’ennesima esposizione dedicata alla celebre pittrice (un nome-garanzia in termini di incassi da biglietteria) venisse declinata in relazione al contesto storico artistico locale, proprio nel quarto centenario della presenza in città di Orazio Gentileschi (dall’estate del 1621 alla primavera del 1625). Ma, nelle settimane e mesi di preparazione, che ricorderò sempre per la piacevolezza di lavorare con un collega garbato e intelligente come D’Orazio, le cose sono andate così: sensibilmente ridotte per scelta della società Arthemisia le opere dei contemporanei genovesi (di cui ho la responsabilità curatoriale); non prevista la mia partecipazione all’allestimento, che avrebbe restituito il senso di quella selezione, pensata per raffronti diretti con le tele dei Gentileschi; inascoltati i miei suggerimenti di evitare alcuni prestiti di opere con attribuzioni discusse e deboli, talvolta anche per ragioni conservative; una didascalia in mostra addirittura modificata rispetto all’intestazione della scheda di catalogo, per promuovere come di Tassi un’opera assegnata da me (e dagli specialisti) alla sua cerchia.

Non mi riconosco in un ruolo di cocuratore che si trova inghiottito in logiche non proprie. In questa stessa logica, non sorprende che non sia stata invitata al sopralluogo in cui, a ridosso dell’inaugurazione, si cercavano accorgimenti per rendere accettabile per Palazzo Ducale la «sala dello stupro», su cui avevo apertamente manifestato il mio disappunto. Artemisia stessa, con la sua intera opera, ci autorizza implicitamente a parlare della violenza subita, come fatto centrale della sua storia e della sua arte. Ma non così. Mi dissocio dalla logica del «purché se ne parli», dalle scelte estetiche di quella sala, dal produrre mostre escludendo i curatori nella discussione sui contenuti e sulle modalità di offrirli al pubblico.

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