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Nolde feroce antisemita

Da quando l’ultima mostra ha aperto al pubblico il suo mito ha iniziato a vacillare

«Coppia di contadini», di Emil Nolde (particolare). © Nolde Stiftung Seebüll/Foto di Dirk Dunkelberg, Berlino

Berlino. Emil Nolde (1867-1956) è una delle figure più controverse nella storia della pittura contemporanea e fino a poco fa una delle più amate in Germania. Tuttavia da quando, il 12 aprile scorso, l’ultima e più completa mostra mai dedicatagli, all’Hamburger Bahnhof, ha aperto al pubblico, il suo mito ha iniziato a vacillare. Pochi giorni prima dell’inaugurazione il direttore del Museum Kunstpalast Düsseldorf, Felix Krämer, in un’intervista alla radio Deutschlandfunk, aveva messo in dubbio la legittimità della presenza di due quadri del pittore espressionista nell’ufficio del Cancelliere tedesco «alla luce delle ultime scoperte effettuate a Seebüll».

Faceva riferimento all’apertura integrale dell’Archivio privato Nolde custodito nella cittadina del nord della Germania dove l’artista si era rifugiato, degenerato per il regime, con il divieto di continuare a dipingere: l’artista vi si dichiara convinto nazista, razzista e antisemita e nel suo testamento chiede ufficialmente che il pubblico venga a saperlo, perché la sua opera non sia fraintesa. La risposta di Angela Merkel è arrivata all’istante: i due celebri dipinti «Brecher» (1936) e «Blumengarten» (1908) sono stati rimossi e restituiti per sempre alla Stiftung Preußischer Kulturbesitz cui appartengono perché «indegni di essere ospitati dall’ufficio del capo di Governo di una Nazione democratica».

Un’azione dovuta e, tuttavia, molto criticata tanto in ambito politico (soprattutto dal partito populista di destra AfD) quanto artistico: in molti hanno parlato di censura della legittima libertà dell’arte, di morale e di ridicolo anacronismo. È certo che i curatori della mostra di Berlino, Aya Soika e Bernhard Fulda, si auguravano esplodesse finalmente la bolla di ipocrisia attorno alla figura di Nolde, che lo tramandava vittima e non carnefice, ingenuamente ritenuto eroe antifascista dalla generazione del dopoguerra (per la censura del Reich e il confino a Seebüll), e tuttavia noto all’élite degli studiosi come feroce antisemita.

Fra gli altri misfatti, segnalò personalmente a Goebbels il collega ebreo Max Pechstein: questo spiega perché, nonostante ripugnasse al Führer, la sua arte fosse tanto amata dal ministro della Propaganda. La polemica va avanti (salvare o condannare Nolde?) e già impazzano le scommesse su chi andrà a sostituire i suoi quadri nell’ufficio del Cancelliere, ovvero nel cuore della democrazia tedesca.

Francesca Petretto, da Il Giornale dell'Arte numero 398, giugno 2019


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