Milano creativa sotto lo sguardo infallibile di Maria Mulas

Gli ultimi trent’anni del Novecento della metropoli lombarda rappresentati da 100 ritratti della fotografa allestiti nell’Appartamento dei Principi di Palazzo Reale

Bruno Munari fotografato nel 1980 da Maria Mulas. © Maria Mulas
Ada Masoero |  | Milano

Milano, la città in cui lei vive e lavora da sempre rende omaggio alla grande fotografa Maria Mulas (Manerba del Garda, 1935) con la mostra «Milano, ritratti di fine ’900» presentata da Palazzo Reale, nell’Appartamento dei Principi, dal 18 novembre all’8 gennaio prossimo (catalogo Allemandi). Il percorso racconta la Milano degli ultimi trent’anni del Novecento e lo fa attraverso i ritratti di chi, in quella stagione, l’ha fatta grande culturalmente. È in quel trentennio, infatti, che la città acquisisce la fisionomia di capitale del design, della moda, dell’editoria: della creatività, in una parola. Lo sguardo infallibile e partecipe di Maria Mulas coglie i protagonisti di quella stagione nei luoghi e nei momenti in cui ognuno di loro si mostra più a proprio agio, restituendoci il loro volto senza artifici né sovrastrutture e con la freschezza e l’intensità che le sono proprie (e che ha condiviso con il fratello maggiore, Ugo Mulas, scomparso prematuramente nel 1973).

Dei 500 ritratti che fanno parte dell’archivio fotografico di Maria Mulas, la mostra curata da Andrea Tomasetig (che giunge da una lunga tappa al Museo Nazionale Slovacco, promossa dall’Istituto Italiano di Cultura di Bratislava) ne esibisce un centinaio: tra loro sfilano Giorgio Armani, Gae Aulenti, Joseph Beuys, Giorgio Bocca, Roberto Calasso, Gillo Dorfles, Umberto Eco, Inge Feltrinelli, Marco Ferreri, Dario Fo, Carla Fracci, Allen Ginsberg, Krizia, Vico Magistretti, Enzo Mari, Marcello Mastroianni, Ottavio Missoni, Bruno Munari, Fernanda Pivano, Gio Ponti, Miuccia Prada, Arturo Schwarz, Ettore Sottsass, Giorgio Strehler, Harald Szeemann, Ornella Vanoni, Lea Vergine, Luigi Veronesi, Gianni Versace, Andy Warhol, Marco Zanuso e molti altri. Non tutti, dunque, sono milanesi per nascita, formazione o scelta di vita: molti lo sono di adozione (anche solo per un breve transito), attratti proprio dalla vitalità culturale della città, che loro hanno contribuito ad accrescere.
«Ginsberg & C», di Maria Mulas. © Maria Mulas
Allestita da Leo Guerra e Giovanni Renzi, la mostra è articolata nelle sei sezioni dell’architettura e design, dell’arte, della letteratura ed editoria, della moda, delle arti dello spettacolo, cui si aggiungono «Milano cosmopolita» e «Maria nel mondo». Ma la protagonista vera della rassegna è la Milano di allora, quella in cui tuttora affondano le radici della città cosmopolita di oggi.


Di seguito riproduciamo il testo introduttivo del catalogo
(Allemandi) della mostra, Il nostro debito con Maria Mulas, di Paolo Fallai.

Ci è toccato in sorte di vivere un tempo dominato dalle immagini. Le generazioni che ci hanno preceduto hanno vissuto conflitti e tragedie di dimensioni spaventose, ma il carico di immagini che le raccontavano era infinitamente minore rispetto a quelle che ci riempiono le giornate (e gli occhi). Questo ha modificato profondamente il nostro rapporto con i personaggi che abitano il nostro immaginario.

Sono due secoli che la fotografia ha cambiato il modo di rappresentare il mondo, facendo scendere potenza e ricchezza dal privilegio esclusivo del ritratto. Dalla sua nascita la fotografia è stata «per tutti» e l’affermazione della quarta rivoluzione tecnologica ha reso definitiva questa verità, riempiendo di immagini i nostri telefoni e i computer.

Ma se imparare a leggere non ci rende colti e imparare a scrivere non fa di noi dei narratori, inquadrare un soggetto e scattare non basta a laurearci fotografi.
L’incontro con Maria Mulas sottolinea questa differenza. I suoi ritratti ci offrono due generazioni di artisti e intellettuali di tutto il mondo, ma soprattutto ci accompagnano a comprenderlo. Questa capacità innata fa di Maria Mulas un classico della fotografia contemporanea, esattamente come agli albori della ritrattistica lo scatto di Matthew Brady ci ha offerto più di un saggio la possibilità di comprendere Abraham Lincoln, o Nadar a penetrare il miracolo dell’Impressionismo.

Lo sguardo di Maria Mulas abbraccia l’ultimo quarto del ventesimo secolo, anni gravidi di uno stravolgimento di cui ancora stentiamo a comprendere le dimensioni. Non cambia solo la fisionomia del mondo che eravamo abituati a conoscere, dalla crisi petrolifera del 1972 alla caduta del muro di Berlino nel 1989, a quella «fine della storia» che avremmo capito tardi quanto fosse illusoria. Nel 1971 viene inviata la prima e-mail e sconvolge completamente il nostro modo di comunicare. L'Italia, che non sa di avere quasi esaurito la spinta tumultuosa del «miracolo economico», deve fare i conti con diseguaglianze sociali molto profonde e un disagio che esploderà in una lunga e terribile stagione di terrorismo interno.

Maria Mulas è a Milano e si trova al centro di questo turbinoso stravolgimento, nella capitale del design, al centro delle maggiori correnti artistiche, nel cuore della vita editoriale: sono centinaia i galleristi, critici, designer, architetti, stilisti, scrittori, editori, giornalisti, registi, attori, intellettuali, imprenditori che passano dal suo studio ma soprattutto attraverso il suo obiettivo. A lei non dobbiamo soltanto una insostituibile testimonianza, basta scorrere i nomi per rendercene conto, abbiamo un debito molto più alto. Le dobbiamo la naturalezza e l’acume con cui li ha spogliati metaforicamente del loro abito pubblico per restituirci una galleria di donne e uomini di straordinaria intelligenza accomunati dalla fantastica capacità di entrare nelle nostre vite con le loro opere.

Esistono centinaia di fotografie di Andy Warhol, Umberto Eco, Marina Abramovic, Franco Zeffirelli, Federico Fellini (e cito solo i primi nomi che mi vengono in mente) ma c’è solo uno sguardo intenso, naturale, straordinariamente rivelatore che la ragazza «con la coda rossa» ci ha regalato. Consentendo a loro di uscire dalla cornice di notorietà stereotipata e a noi di sentirceli ancora un pochino più vicini. Questo è il debito che abbiamo con Maria Mulas e che affettuosamente non finiremo mai di pagare.

© Riproduzione riservata «Autoritratto» (1969-79), di Maria Mulas. © Maria Mulas
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