Matta trova la sede a Milano e apre con Theresa Buchner

Autoritratti e immagini rubate di assistenti di volo nelle opere di derivazione fotografica dell’artista tedesca

Una veduta della mostra «Faustrecht» di Theresa Buchner alla galleria Matta di Milano
Teresa Scarale |  | Milano

L’uniforme è emblema di costrizione o di libertà? E se a indossarla è una donna? Questione impegnativa, che si apre a molteplici risposte, non necessariamente lievi. Lieve è però l’esposizione in atto presso la giovanissima galleria Matta (aperta nel 2022), nello storico palazzo dell’Ina a Milano, in corso Sempione 33. In mostra, la serie «Faustrecht», letteralmente «diritto del più forte» costituita da opere di derivazione fotografica, elaborate dall’artista trentenne tedesca Theresa Buchner. Dettagli ipertrofici e allo stesso tempo rarefatti (grazie alla tecnica di stampa) di autoritratti e foto rubate di assistenti di volo, colte nei momenti più disparati, così come registrati su Instagram e OnlyFans, le due facce del voyeurismo digitale contemporaneo.

La strategia pittorica insita nelle opere (così come la definiscono i giovani galleristi Giulio Rampoldi, Pierfrancesco Petracchi e Pietro Rossi) ha a che fare con il contrasto fra uniforme costringente e uniforme liberante. Ovvero l’insieme di regole e dettami che sottendono l’indossare una divisa e il valore economico di quell’abbigliamento, capace di emancipare chi lo indossa grazie al guadagno che ne consegue. Nel caso delle compagnie aeree, l’uniforme diventa un potente veicolo pubblicitario aziendale. Talmente tanto che chi le indossa può arrivare a sentirsi a volte «un cartellone pubblicitario ambulante».

Aspetto che si coniuga alla consapevolezza che le assistenti di volo hanno delle varie fantasie legate al loro aspetto, le cui immagini spesso infatti servono come pubblicità per attività economiche collaterali legate alla richiesta di pagamento per immagini più esplicite da parte dei feticisti. In questo caso, l’abbigliamento da lavoro obbligatorio, utilizzato a vantaggio di chi lo indossa, diventa mezzo per acquisire ulteriore autonomia dal punto di vista patrimoniale.

Matta, la galleria nomade che fa della «multi-centricità» una delle sue chiavi d’essere, è approdata a una sorta di campo base cui tornare, come ci spiegano i fondatori; un riferimento dovuto alla community che nell’ultimo biennio le si è creata intorno. Il percorso per la mostra attuale è iniziato circa un anno fa, imbattendosi in un’esposizione di Theresa Buchner incentrata proprio sul tema dell’identità femminile applicata alle uniformi. Per l’artista, un argomento di ricerca quasi archetipico, legato ai ricordi infantili della madre, scultrice, spesso abbigliata con tute da operaio.

I galleristi decidono di ospitare la serie «Faustrecht» dopo aver letto il testo che l'ha originata e che accompagna la mostra: la «confessione» di una hostess. Una riflessione sulla percezione generale e particolare delle assistenti di volo, la cui uniforme nasce per rendere confortevole l’esperienza del volo, per trasmettere quel senso di sicurezza legato anche al retaggio militare di ogni divisa, foriera pure di feticismo, come ci raccontano i tre galleristi: «l’uniforme accende fantasie erotiche, chi la indossa spesso è oggettificato da quel punto di vista. Quello delle opere in mostra è anche un riferimento non privo di ironia a un certo erotismo dei vecchi cartelloni pubblicitari».

Le opere, 280x120 cm (6x6 di fogli A4), originano da fotografie di qualità non espositiva, completamente rielaborate tramite uno scanner ad altissima definizione e una stampante basica. «L’effetto ottenuto ricorda un dipinto o un disegno; il passaggio fra digitale e analogico è continuo, la tecnica di stampa utilizzata ricorda i vecchi plotter pubblicitari».

La mostra è visitabile fino al 3 febbraio. Poi sarà tempo di prepararsi per l’esposizione successiva e per Miart, cui la galleria è stata ammessa nella sezione emergenti. Prima dei saluti, Giulio Pierfrancesco e Pietro rivelano di aver casualmente scoperto che uno dei rivestimenti presenti all’interno del nuovo spazio fu utilizzato da quella che fu la nostra compagnia di bandiera, Alitalia. Una connessione accidentale, ma emblematica della volontà di questa galleria di innescare relazionalità e collaborazioni non solo fra artisti visivi ma anche con musicisti, poeti, scrittori, attori.

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