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Mostre

Marisa Merz ermetica e poetica

Una retrospettiva alla Collezione Olgiati curata dalla figlia Beatrice

Un’opera di Marisa Merz senza titolo e senza data della collezione dell’artista. © Renato Ghiazza. Cortesia della Fondazione Merz

Lugano (Svizzera). «La marginalizzazione socioculturale ha impedito che le sue opere circolassero e ottenessero il debito riconoscimento»: così Tommaso Trini, profondo conoscitore dell’opera di Marisa Merz spiegava l’anomala collocazione in sede istiuzionale e sul mercato dell’artista torinese (1926-2019), da poco scomparsa. A quella data, lei era ancora per molti soprattutto la moglie di Mario Merz, eccentrica rispetto al nucleo storico dell’Arte povera (Germano Celant non la cita mai nei suoi saggi degli anni Settanta).

Ma occorre aggiungere che lei stessa, che aveva avuto la sua prima personale nel 1967 nella galleria di Gian Enzo Sperone a Torino, e che sino al ’75 venne seguita e sostenuta da un altro gallerista di punta come Fabio Sargentini, preferì via via ritrarsi in una posizione coerente, del resto, con la sua poetica, lirica ed ermetica, accettando gli inviti a diverse edizioni della Biennale di Venezia (che nel 2013 le ha conferitro il Leone d’Oro alla carriera) e a Documenta nel 1982, ma negandosi a monografiche e retrospettive museali.

«Geometrie sconnesse palpiti geometrici», il titolo della mostra che le dedica dal 22 settembre al 12 gennaio la Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, è tratto da una frase scritta dall’artista su una parete della sua casa studio a Torino: la dimensione domestica, la sua vita trascorsa accanto a un uomo decisamente ingombrante, il suo ruolo di madre, non escludevano e anzi s’intersecavano con la sua identità artistica. Una fotografia documenta nella cucina di casa, al posto della cappa, una delle «matasse» di nastri di metallo che realizzava negli anni Sessanta; alla figlia Beatrice dedicò più di un’opera, inclusa «Altalena per Bea» (1968).

È ora la stessa Beatrice Merz, presidente a Torino della Fondazione intitolata al padre e alla madre, a curare questa mostra, comprensiva di quarantacinque opere per oltre mezzo secolo di attività. Ai confini tra scultura e segno grafico si collocano i lavori in filo di rame (metallo alchemico associato al pianeta Venere), tra i quali un «Senza titolo» del 1975.

Seguono, tra opere storiche e inediti, i lavori in nylon, laddove nelle sovrapposizioni della fibra prendevano forma, talora, volti e ritratti; i disegni su supporti diversi, le straordinarie piccole teste plasmate in creta e recanti interventi cromatici e integrazioni materiche, figure androgine di un’artista che si mosse sempre all’insegna del confine tra l’intimismo e il vasto respiro installativo, capace di opporre al fragore di Documenta nel 1992 il sussurro di una minuscola fontana sgorgante da un violino in cera. In catalogo (Mousse) testi della curatrice, di Ester Coen e di Douglas Fogle.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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