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Mostre

Loris Cecchini vincitore del Premio Acacia

Il Museo del Novecento lo ha «invitato» con le opere ricevute in dono

L'installazione di Loris Cecchini fatta nel 2019 per Palazzo Collicola di Spoleto. Foto di Tommaso Forti - artroom

È Loris Cecchini (Milano, 1969) il vincitore del Premio Acacia 2020, promosso dall’omonima Associazione Amici Arte Contemporanea Italiana, guidata sin dalla sua istituzione da Gemma De Angelis Testa. Ed è lui il protagonista della mostra «Invito 2020», presentata fino al 31 gennaio dal Museo del Novecento che, grazie alla collaborazione con l’Associazione, anche quest’anno ha ricevuto in dono da Acacia due suoi importanti lavori.

Si tratta di «Waterbones (177)» e «Aeolian Landforms (Dahkla 137C)», 2020, che entrano a far parte della collezione permanente del museo, come le opere di chi l’ha preceduto (Mario Airò, Rosa Barba, Rossella Biscotti, Monica Bonvicini, Gianni Caravaggio, Maurizio Cattelan, Roberto Cuoghi, Rä di Martino, Lara Favaretto, Linda Fregni Nagler, Francesco Gennari, Sabrina Mezzaqui, Marzia Migliora, Adrian Paci, Paola Pivi, Luca Trevisani, Grazia Toderi, Tatiana Trouvé, Marcella Vanzo, Nico Vascellari, Francesco Vezzoli).

Al centro della ricerca di Cecchini, uno degli artisti italiani più reputati sulla scena internazionale, c’è il concetto di «organismo», cioè di sistema che si autogenera, proliferando, secondo leggi dettate dalla natura, in ipnotiche progressioni, a partire da un unico modulo.

È ciò che accade nella serie «Waterbones», avviata nel 2009, i cui lavori, realizzati con lucidissimo acciaio inox, si ramificano all’infinito in forme apparentemente acquee, muovendo da moduli formati da «gocce» solidificate e specchianti, che assumono l’aspetto inatteso di ossa levigate.

Dal corpo umano all’aria e all’acqua, e al loro lavorio di erosione sul paesaggio: è questo lo scenario di «Aeolian Landforms», un lavoro immerso in un’abbacinante luce gialla, che nelle sue piccole onde a rilievo rievoca le dune del deserto marocchino modellate dagli agenti atmosferici.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020

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