Lo sguardo impegnato di Alice Neel

Mentre i suoi coetanei newyorkesi litigavano sul futuro dell’astrazione, la pittrice americana catturava con urgenza la vita

Il ritratto di Irene Peliski realizzato da Alice Neel nel 1972 (particolare)
Matthew Holman |  | Parigi

Il soggetto del dipinto di Alice Neel «Marxist Girl (Irene Peslikis)» (1972), fondatrice del New York Feminist Art Institute, siede su una logora sedia viola come un’autoritaria sovrana della bohème. La gamba destra di Peslikis pende sul bracciolo, mentre il braccio destro arricciato mostra un’ascella non rasata. Gli occhi neri e marroni ci guardano con uno sguardo vulnerabile ma non per questo meno invitante, come se avesse troppa paura di chiedere: «Chi diavolo sei?». Alla sua sinistra, affisso su una parete blu sotto le volte dei tubi industriali del Centre Pompidou (fino al 16 gennaio sede della retrospettiva «Alice Neel, un regard engagé»), si trova il doppio ritratto «Wellesley Girls (Kiki Djos ’68 e Nancy Selvage ’67)» (1967). Nelle loro gonne e calzamaglie «preppy», dipinte sotto una dura luce fluorescente durante un fine settimana in città, mostrano l’essenza dell’ingenuità della classe media mentre fuori infuria la rivoluzione sociale.

Tra gli altri, accanto sono esposti i ritratti del direttore della rivista «Life» David Bourdon («che fa le fusa come un gatto» secondo Alice Neel) e di Gregory Battcock, il leggendario custode dei segreti del gossip queer di Manhattan (la cui espressione severa ricorda, stranamente, «un minatore asturiano»). La mostra presenta 70 ritratti di amici di Alice Neel, dei suoi figli, delle loro ex fidanzate, di persone sole, emarginati, militari, rivoluzionari, donne incinte, poeti, curatori di musei e sconosciuti di strada. È un vero e proprio «who’s who» del carnevale umano. È un’intera vita nell’arte.

Nata il 28 gennaio 1900 («di quattro settimane più giovane del secolo», come amava dire), Neel è forse la più astuta e penetrante osservatrice di quel tumultuoso secolo di storia americana. Stava dipingendo almeno fino al momento di una fotografia particolarmente spettrale scattata da Robert Mapplethorpe nel 1984 (e inclusa nella mostra) che la ritrae appena una settimana prima della sua morte. Un’altra opera esposta, di Jenny Holzer, è un meraviglioso frammento di biografia: nel 1955, quando gli agenti federali andarono a interrogarla per la sua appartenenza al Partito Comunista, Neel cercò senza successo di farli sedere per ritrarli in un dipinto.

Dire che Alice Neel sta vivendo un momento di gloria è un eufemismo. Nell”estate del 2021 «People Come First», la più grande retrospettiva di Neel mai allestita a New York, ha monopolizzato le Tisch Galleries del Metropolitan Museum of Art. Il «New York Times» ha dichiarato che Neel era «pari se non superiore ad artisti come Lucian Freud e Francis Bacon» (un’affermazione grandiosa), «e destinata a uno status di icona dell’ordine di Vincent van Gogh e David Hockney» (ancora più grandioso). «People Come First» ha poi viaggiato al Guggenheim di Bilbao e al De Young Museum di San Francisco e ovunque è stata accolta da recensioni entusiastiche. La mostra parigina si sposterà poi alla Barbican Art Gallery di Londra (16 febbraio-21 maggio 2023) ma in una forma leggermente modificata e con il titolo «Hot Off the Griddle». La frase deriva dal manifesto di stile di Alice Neel: «Una delle ragioni per cui dipingevo era quella di cogliere la vita mentre passava, proprio quando era ancora calda». È proprio così che si sentono questi dipinti.
Il ritratto di Andy Warhol realizzato da Alice Neel nel 1970 (particolare)
I dipinti di Neel sono ancora più straordinari per il loro stridente impegno nella figurazione. Mentre i newyorkesi non riuscivano a decidere se il futuro dell’arte moderna appartenesse all’Astrazione gestuale, al Pop, al Minimalismo, all’Happening downtown o a qualsiasi altra cosa, Alice Neel era lì a dipingerli tutti. Un ritratto di un Andy Warhol magro nel 1970, due anni dopo che Valerie Solanas gli aveva sparato, ha il petto maciullato e cadente tenuto insieme a malapena dai punti di sutura. I suoi occhi sono chiusi in contemplazione, come un santo martire. Quello di Andy Warhol è uno dei tanti ritratti che sembrano incompiuti, e assolutamente perfetti per esserlo.

Ne è un esempio anche «Black Draftee (James Hunter)» (1965), che ritrae un giovane appena arruolato dopo che Lyndon B. Johnson aveva aumentato drasticamente le forze di terra in Vietnam. L’espressione distratta e disperata del suo volto, e la mano che lo trattiene dal precipitare completamente, sono rese con colori radiosi; il suo corpo rimane tratteggiato da linee. Quando Hunter non tornò nello studio di Alice Neel per una seconda seduta, l’artista dichiarò che l’opera era finita: una testimonianza delle possibilità della giovinezza, di ciò che era stato iniziato con attenzione e con un preciso scopo ma che non poteva essere portato a termine. È un’opera dedicata a un’intera generazione che non è mai tornata dalla guerra del Vietnam.

Altrove, l’artista Fluxus Geoffrey Hendricks e il suo amante a torso nudo Brian Buczak sono ritratti come hipster dagli occhi stanchi che indossano i vestiti della sera prima. Sembra proprio che sia stato dipinto oggi, e non quasi mezzo secolo fa, tanto è straordinaria l’influenza che Neel esercita sulla figurazione contemporanea in questo momento, soprattutto a New York.

Nel secondo ritratto realizzato dall’artista a Frank O’Hara, il poeta dell’Espressionismo astratto e il più convinto sostenitore del movimento al MoMA è raffigurato con le sue verruche, o piuttosto con le lentiggini pallide, e tutto il resto. Neel riflette sul fatto che il suo primo ritratto, realizzato in cinque lunghe sedute (e non esposto a Parigi), raffigurava O’Hara come «un romantico profilo di falco con un mazzo di lillà». Il «No. 2» (1960), invece, fu realizzato in mezza giornata: O’Hara sembra paralizzato dall’ansia di una sbornia e i lillà sono appassiti. Neel voleva catturare il suo aspetto «distrutto» quando varcò la porta: «Sento che esprimeva la sua vita travagliata più del primo». La coppia di ritratti di O’Hara sembra un’occasione sprecata per raccontare una storia, e se questa mostra ha fallito è perché non si è fatto di più per accoppiare i ritratti dello stesso personaggio in momenti diversi della sua vita e attraverso le decennali sperimentazioni estetiche di Neel.

Questo approccio curatoriale è invece stato ripreso in «There’s Still Another I See», rimasta aperta nella galleria Victoria Miro di Londra fino allo scorso 12 novembre. Si è trattato di una mostra meravigliosa che dimostrava la notevole capacità di Neel di dipingere lo stesso personaggio con stili radicalmente diversi, ma così palesemente riconoscibile sia come persona sia come ritratto di Neel.

Lo «sguardo impegnato» della mostra parigina di Neel è certamente il suo, ma è anche una qualità di tutti i suoi soggetti, che animano un affascinante carosello di immagini oneste, presenti in modo commovente nei loro occhi gonfi e nelle loro teste, che sono invariabilmente circa un decimo più grandi di quanto dovrebbero essere. Assomigliano a bambini selvaggi in un mondo di adulti; sono curiosi e vivi. «In politica e nella vita, mi sono sempre piaciuti i perdenti, gli sfavoriti», ha scritto l’artista. Se Alice Neel ha amato i suoi interlocutori per breve tempo o per tutta la vita, e li ha amati per le loro insicurezze, imperfezioni, bellezza e per il puro tormento di ciò che si prova a essere alla deriva nel mondo moderno, allora anche noi ce ne andiamo amandoli un po’.

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