Lo sguardo garbato di Luigi Ghirri

Un ricordo a 30 anni dalla scomparsa del fotografo

Ritratto di Luigi Ghirri, 1989 © Eredi di Luigi Ghirri © Eredi di Luigi Ghirri
Stefano Miliani |  | Reggio Emilia

Il 14 febbraio 1992 nella frazione reggiana di Roncoresi se ne andava 49enne Luigi Ghirri, fotografo dal linguaggio tutto personale che suscita ancora domande. Del tipo: oltre ad autori più giovani, non ha forse influenzato anche il modo di trovare bellezza in zone come la Pianura Padana in tanti di noi che non sono fotografi?

«La bellezza non lo ha mai preoccupato più di tanto. Nonostante ciò, certamente le sue immagini hanno indicato per molti un modo di guardare il mondo con affetto, attenzione e rispetto nei confronti dell’esterno», racconta la figlia Adele Ghirri, presidente dell’Archivio Luigi Ghirri che gestisce e divulga la sua opera.

«Estenderei questo discorso ben oltre la Pianura Padana. Luigi ha fotografato anche molte altre regioni d’Italia e d’Europa, le foto “di pianura” rappresentano una minima parte di tutta la sua produzione. Sicuramente riusciva a rendere abitabili luoghi, dove apparentemente sembra non accadere nulla, che spesso il nostro sguardo trascura. Forse è per questo che si tende a prendere ad esempio le immagini della piana del Po, ma Luigi cercava e proponeva un possibile sguardo sul mondo, non su uno specifico territorio».

Quando inquadrava ferite urbanistiche, costruzioni non «belle», dai suoi scatti non emergono forse amore ed empatia per il luogo, per la quotidianità, per chi lo vive? «È un’osservazione corretta e si riallaccia alla domanda precedente, commenta Adele Ghirri. Anche nel fotografare i giardini delle villette a schiera della prima periferia di Modena nei primi anni Settanta, con decorazioni stravaganti, nanetti e altre statuine che verrebbero classificate come semplice kitsch, teneva a precisare che il suo sguardo non mirava a deridere il gusto estetico della classe media. Lui stesso viveva in una di quelle villette. Questo è solo un esempio, ma più in generale la sua visione non era mai giudicante, anzi, le sue immagini sono un invito a guardare le cose con più garbo, mettendosi in ascolto nei confronti dell’esterno, e proprio questa è forse la strada per comprendere quel che ci circonda e che incontriamo nel corso della vita: gli oggetti, le persone, i luoghi e le immagini stesse».

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