Lettera a Elliott Erwitt

Biba Giacchetti, fondatrice dell’Agenzia Sudest57, collaboratrice e amica personale del celebre fotografo, ci consegna un ricordo intimo

«France. Versailles. 1975. Chateau de Versailles», di Elliott Erwitt. © Elliott Erwitt
Biba Giacchetti |  | New York

A 95 anni, nella sua amata Manhattan, il 29 novembre è morto Elliott Erwitt. Nato a Parigi da una famiglia di emigrati russi, nel 1928, ha vissuto i suoi primi anni in Italia, a Milano. Trasferitosi in Francia all’età di dieci anni, dal 1939, si stabilì con la famiglia negli Stati Uniti. Nel 1953 fu invitato da Robert Capa, socio fondatore, a unirsi a Magnum Photos in qualità di membro, fino a diventarne presidente nel 1968 per tre mandati. Erwitt è riconosciuto come uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi. I suoi libri (ne ha pubblicati più di 20), i saggi giornalistici, le illustrazioni e le sue campagne pubblicitarie sono apparse su pubblicazioni internazionali per oltre quarant’anni. Ha prodotto e diretto una serie di documentari e cortometraggi, e le sue stampe in bianco e nero si trovano nelle collezioni fotografiche di tutto il mondo. Sue mostre personali sono state allestite al MoMA di New York, all’Art Institute di Chicago, al Palais de Tokyo e alla Maison Européenne de la Photographie di Parigi, al Barbican di Londra, al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid e al Mudec di Milano. Erwitt ha lavorato per i progetti più disparati, dalla moda alla politica, e fotografato le più note celebrità e i grandi interpreti di tutto il Novecento. La sua fotografia era immediata, ma piena di sentimento, sapeva essere lucida e ironica, sempre interprete di uno spirito sensibile e generoso.

Biba Giacchetti, editrice, scrittrice, consulente d’arte e mercante, nel 2002 ha fondato con Giuseppe Ceroni l’agenzia Sudest57, con l’idea di instaurare una relazione tra la grande fotografia d’autore e il mondo delle aziende. L’agenzia è stata sostanzialmente influenzata dalla visione di Elliott Erwitt, maestro ed amico, e primo tra i talenti ad essere rappresentato. Giacchetti ha scritto per «Il Giornale dell’Arte» una lettera indirizzata ad Elliott Erwitt.

Mio caro Elliott,

Questa lettera non avrei mai voluto scriverla, pur sapendo che i tuoi 95 anni prima o poi me l’avrebbero imposta. Dovrò cercare di non essere troppo personale, per non tediare chi si appresta a leggerla con i nostri ricordi privati di 26 anni di stretta quotidianità. Tu a New York io a Milano, io spesso da te, tu spesso qui in Italia, prima per i tanti progetti di comunicazione che abbiamo realizzato, uno su tutti il calendario Lavazza del 2000 dedicato alla famiglia, con i nostri amici che per primi ti hanno lasciato mano libera a rappresentare in tempi molto lontani da quelli attuali un concetto di famiglia allargato e speciale. Lo stesso che poi vent’anni dopo abbiamo ripreso per la mostra «Family» costruita insieme passo a passo per il Mudec di Milano.

In mezzo ci è successo di tutto, eravamo al telefono quando c’è stato l’attacco alle Torri Gemelle, io ti chiamavo preoccupata e tu non capivi di cosa stessi parlando. Eravamo insieme quando le nostre vite private sono andate variamente a rotoli, il mio fidanzato greco a NY, la tua ultima moglie tedesca, amata molto più di quanto lei non credesse. Sting che abitava al piano di sotto e ti voleva convincere che lo yoga ti avrebbe cambiato la vita, David Bowie che usciva dal tuo androne, contro cui ho sbattuto uscendo dal taxi, il tuo portiere in livrea che tuonava «Hello, Miss Biba» quando entravo, lo scampanellìo della porta del tuo studio al piano terra di Central Park West.

Le nostre colazioni all’alba nella tua cucina all’ottavo piano sempre di Central Park West, svegli alle sei del mattino, io per il fuso orario, tu per l’insonnia. I nostri discorsi silenziosi, sempre di poche parole. Odiavi i chiacchieroni, tanto quanto li odio io. Saccheggiavo i tuoi libri per imparare, e tu c’eri sempre per me. Pollice verso e smorfia se ti portavo un libro di un fotografo che non ti piaceva. Le cene italiane, l’amore per il risotto con i funghi, e per il nostro Vouvray che compravamo dietro l’angolo.

Quel pranzo dal giapponese, avevi appena compiuto 80 anni, in cui mi hai detto che avresti lasciato tutto il tuo archivio a una università del Texas, e che dopo la tua morte avrei dovuto confrontarmi con loro. Il resto del pranzo in silenzio. La tua scelta difficile e dolorosa, per preservare l’armonia della tua famiglia tanto allargata. La mia disperazione da cui è nata l’idea di comprarmi piano piano una intera tua mostra, una cosa che nessuno mai avrebbe potuto togliermi.

La scelta delle foto che compongono questa collezione, quelle che piacevano a me, quelle preferite da te. Io volevo il «California Kiss» e tu alzavi gli occhi al cielo, non era la tua preferita. Io che scovavo nei tuoi archivi foto di Marilyn e tu di nuovo occhi al cielo, salvo poi comunicarmi che era diventata una delle foto più amate dai collezionisti. Tu che convincevi i fotografi a lavorare con me chiamandoli di persona. Mary Ellen (Mark) che aveva deciso di trovarti una nuova fidanzata.

Il pudore dei tuoi sentimenti, mai conclamati ma sempre dimostrati nei fatti. Le lettere che mi hai scritto dopo le mostre che ho curato perché restasse un documento, una traccia del tuo pensiero e della tua approvazione.

E poi certo le risate. Quelle sempre, in tutte le situazioni. Quando abbiamo festeggiato il tuo compleanno con Gianni (Berengo Gardin) e i regali ridicoli che ci facevano ridere. Il pupazzo cantante che ti regalò Francesca (Lavazza). Li cercavamo apposta, i pupazzi ridicoli.
Biba Giacchetti con Elliott Erwitt
La tua casa di Central Park era piena di oggetti assurdi e tutti insieme, con le lampade liberty e le sedute di design, rendevano quel posto il più straordinario luogo di sempre. Le risate matte quando hai deciso di prendere in giro il mondo dell’arte contemporanea e hai creato il personaggio di André Solidor. E le parodie ridicole di Newton e Cindy Sherman. Quando Ferdinando (Scianna) provava il suo discorso in inglese avanti e indietro per casa a NY, in occasione del grande premio che ti avevano dato e per il quale eravamo arrivati dall’Italia e la tua camicia dello smoking con una macchia sullo sparato che volevi occultare con una spilla a forma di uovo al tegamino.

Tua figlia Ellen che alla cena di gala del premio mi accoglie dicendo «Sono il sedere più famoso della storia della fotografia» (Ellen era la neonata sul letto osservata dalla mamma in una delle tue fotografie più famose di tutti i tempi). La stessa Ellen che ti ha accompagnato a Forlì per la grande mostra ai Musei San Domenico e poi a Milano per la mostra Family. La stessa Ellen che mi ha telefonato ieri sera.

Mio caro Elliott, sei nel mio cuore e in quello di tutti i direttori dei musei che mi stanno subissando di messaggi in queste ore, insieme ai fotografi, ai giornalisti alle persone che semplicemente ti hanno incontrato e a cui hai saputo parlare con la forza e la delicatezza delle tue immagini uniche e indelebili, serie, romantiche e ironiche, tanto umane e semplicemente bellissime.

Fai buon viaggio mio amico adorato, e grazie per tutto quello che ti devo.

© Riproduzione riservata «USA. New York City. 1999. Elliott Erwitt», di Elliott Erwitt. © Elliott Erwitt