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Lee Krasner senza Pollock

Alla Schirn Kunsthalle la prima retrospettiva europea dell'artista americana dopo più di 50 anni

A sinistra, «Prophecy» (1956) di Lee Krasner. © Pollock-Krasner Foundation / VG Bild-Kunst, Bonn 2019. Cortesia della Kasmin Gallery New York. Fotografia di Christopher Stach. A destra, Lee Krasner, «Autoritratto», 1928 ca. The Jewish Museum, New York. © Pollock-Krasner Foundation/VG Bild-Kunst, Bonn 2019. Cortesia The Jewish Museum, New York

Francoforte. La Schirn Kunsthalle ospita in questo autunno 2019 un’eccezionale retrospettiva dell’artista americana Lenore («Lee») Krasner (1908-84), grande nome del Novecento finalmente fuori dal cono d’ombra proiettato dall’ingombrante marito Jackson Pollock, pioniera dell’Espressionismo astratto; il titolo è appunto «Lee Krasner» (dall’11 ottobre al 12 gennaio).

Il direttore del museo, Philipp Demandt, la definisce «uno dei più importanti pittori del modernismo postbellico americano», ciononostante «il suo lavoro non ha ricevuto per lunghi anni la meritata attenzione... Questa è a tutti gli effetti la sua prima retrospettiva europea dopo oltre 50 anni».

La mostra della Schirn offre al pubblico un’opportunità unica per ammirare molte opere originali dell’artista, riunite per l’occasione a Francoforte in un’unica esposizione, con prestiti di musei internazionali e collezioni pubbliche e private, come la Pollock-Krasner Foundation, il Metropolitan Museum of Art, il San Francisco Museum of Modern Art, la National Gallery di Washington, il Whitney Museum of American Art, l’Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, il Philadelphia Museum of Art e il Jewish Museum di New York.

Molte fra queste opere sono visibili per la prima volta in Germania, come il monumentale dipinto «Combat» del 1965, largo oltre quattro metri, dalla National Gallery of Victoria in Australia; sono dipinti, collage, disegni, fotografie e registrazioni audio-video d’epoca che coprono oltre mezzo secolo di carriera, dagli autoritratti degli anni Venti, coi nudi a carboncino, alle piccole immagini geometriche anni Quaranta, passando per i dipinti della serie «Prophecy» del decennio successivo, le opere sperimentali in grande formato delle serie «Umber» e «Primary» degli anni Sessanta, i collage dei Settanta, e così via, fino agli ultimissimi momenti di vita.

Francesca Petretto, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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