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Mostre

Le installazioni video di Akomfrah al Baltic Centre

Temi principali: l'inquinamento, il riscaldamento globale, il precariato e il jazz

John Akomfrah, «Precarity», 2017. © Smoking Dogs Films; Courtesy Lisson Gallery

Gateshead (Gran Bretagna). Tra i filmmaker contemporanei più brillanti della scena artistica e cinematografica britannica John Akomfrah, classe 1957, sta cavalcando l’onda di un successo internazionale. A seguito dell’antologica al New Museum di New York nel 2018 e della partecipazione al Padiglione del Ghana nell’attuale edizione della Biennale di Venezia (padiglione definito da Akomfrah «esemplare unico e carismatico in un mare di “whiteness”», in riferimento alla prevalenza di artisti bianchi e occidentali nella rassegna veneziana), ora tocca al Baltic Centre for Contemporary Art di Gateshead, alle porte di Newcastle, che dal 5 luglio al 27 ottobre ospita una nuova personale del filmmaker londinese.

La parabola della carriera di Akomfrah ha origine nei primi anni Ottanta, quando insieme a David Lawson e Lina Gopaul fonda a Londra il Black Audio Film Collective, in risposta alla rivolta di Brixton del 1981. Dalle produzioni per il collettivo, caratterizzate da montaggi sperimentali di filmati live e d’archivio, collage di suoni e interviste, il cui scopo era quello di offrire un puntuale ritratto della cultura nera nell’Inghilterra di Margaret Thatcher, negli anni Novanta Akomfrah comincia a realizzare film e video che affrontano temi quali l’eredità del colonialismo e la «black diaspora», non solo nel Regno Unito ma su scala globale.

In anni recenti, i lavori dell’artista si sono evoluti in ambiziose installazioni video a più canali, come «Purple» (2017), l’ipnotica produzione che riflette su inquinamento, estinzione e riscaldamento globale. «Ballasts of Memory», titolo della mostra al Baltic, include tre produzioni filmiche; tra queste, la première europea di «Precarity» (2017), che racconta la storia di Charles «Buddy» Bolden, cornettista afroamericano e figura chiave nell’evoluzione del genere jazz.

Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 399, luglio 2019


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