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Mostre

Le destrutturazioni della Bonvicini a Bielefeld

Lavori vecchi e nuovi dell'artista veneziana nella Kunsthalle

«In My Hand» (2019) di Monica Bonvicini.  © Monica Bonvicini e VG-Bild Kunst. Foto di Francesco Allegretto. Cortesia dell’artista e di Mitchell-Innes & Nash, New York

«La Kunsthalle Bielefeld è lieta di annunciare la personale di Monica Bonvicini “Lover’s Material” e con questa inaugurare la nuova gestione della Casa da parte di Christina Végh». Con questo entusiastico messaggio si apre la nuova stagione espositiva post chiusura Covid dell’istituzione museale in Renania Settentrionale-Westfalia.

Protagonista è l’artista veneziana Monica Bonvicini, da tempo residente a Berlino, molto rinomata a livello internazionale per i suoi lavori, soprattutto installazioni specifiche per i locali espositivi che le ospitano, che hanno come tema prevalente la critica delle istituzioni, l’esercizio del controllo e del potere, le relazioni di genere e il femminismo. La Bonvicini si diverte a destrutturare gli spazi, a smontare le strutture architettoniche, mettendole intimamente in discussione.

La mostra «Monica Bonvicini. Lover’s Material» (dal 10 ottobre al 10 gennaio) prende il nome e muove i passi da una definizione che l’autore Franz Schulze dà, nella sua biografia di Philip Johnson, alla relazione tra il celebre architetto americano e il suo compagno Jon Stroup: quest’ultimo vi è descritto come «comodamente passivo».

La Bonvicini ragiona su quelle due parole per creare le opere di questa personale: per lei quella definizione oggettiva e di fatto razionalizza la relazione fra i due, non solo in termini erotico-sentimentali. Questa logica diventa punto di partenza per approfondire nella mostra i rapporti privati, economici e politici, che sussistono in analoghe relazioni, che legano, per esempio, l’artista agli spazi espositivi, ai visitatori della mostra, ai dipendenti del museo.

Si creano delle dipendenze? Dei giochi di ruolo come fra partner? E se sì, come esprimerli? In mostra molte nuove opere e alcuni vecchi lavori.

Francesca Petretto, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020



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