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Veronica Rodenigo
Leggi i suoi articoliDopo la personale di Inge Morath, nove stanze di Palazzo Grimani presentano fino al 17 marzo il mondo di David «Chim» Seymour (Varsavia, 1911-Canale di Suez, 1956), proseguendo un programma che punta alla valorizzazione della fotografia. Le 150 immagini corredate da documenti, riviste e lettere, riassumono, con la curatela di Marco Minuz, le tappe salienti della carriera del fotografo polacco, dal 1936 fino alla sua scomparsa quando, impegnato in un reportage sulla crisi di Suez per il settimanale americano «Newsweek», fu colpito a morte.
Il percorso lascia libero il visitatore di muoversi per la mostra senza un rigido percorso diacronico. Ad accoglierlo sono le immagini di celebrità scattate principalmente nel dopoguerra: la disarmante bellezza di Sophia Loren ritratta a Roma nel 1955, Audrey Hepburn sul set di «Cenerentola a Parigi» (1956), Bernard Berenson alla Galleria Borghese (1955). Seguono gli esordi, negli anni Trenta, dell’esperienza professionale come fotoreporter, prima del fronte popolare in Francia, poi della guerra civile spagnola. Chim, come afferma Andréa Holzherr, global cultural director di Magnum, non ha però l’urgenza giornalistica di Capa, né il tratto artistico di Cartier-Bresson (con i quali fonderà la celebre agenzia nel 1947) bensì lavora in profondità. Schivo, alla continua ricerca di un instabile equilibrio nel mettere insieme «i pezzi sconclusionati» della sua vita, scava, indaga l’intensità dei soggetti, come nel caso dei giovani minatori della Francia del Nord (1935), dai volti anneriti dal carbone.
Al secondo dopoguerra appartengono i reportage da Germania ed Europa, mentre un focus particolare è dedicato a Venezia, di cui Seymour coglie gli spaccati più autentici del quotidiano, personalità iconiche come Peggy Guggenheim e, con una nota d’ironia, la vita d’un esemplare veneziano: il piccione Arturo. A completamento non mancano esempi tratti dalla serie più celebre commissionatagli dall’Unicef, «Children of Europe», drammatico lascito postbellico di cui Seymour coglie la portata (ritraendo case di accoglienza e scene di evacuazione, mutilazioni fisiche e dell’animo), e la documentazione della nascita dello Stato d’Israele (lo sviluppo industriale ma anche riti, costumi e tradizioni dei coloni). In chiusura: «Egitto e Canale di Suez», l’atto conclusivo della sua carriera.
«Audrey Hepburn» (1956) di David Seymour (particolare). © David Seymour/Magnum Photos
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