La vera storia di Palazzo Barberini

Dopo l’intervista a Flaminia Gennari Santori e la lettera di Maria Grazia Bernardini, interviene sulle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma un’altra ex direttrice, Anna Lo Bianco

Una veduta di Palazzo Barberini, Roma
Anna Lo Bianco |  | Roma

C’era una volta un palazzo bellissimo, pieno di luce, ricco di marmi preziosi e pitture prodigiose che era stato colpito da una cattiva sorte, privandolo del decoro e del suo fascino a favore di oscuri giochi di potere e di forze militari. Era giugno 2003 quando come direttore entro in Palazzo Barberini, sede della Galleria Nazionale di Arte Antica, felice della nomina, pronta a dedicarmi con passione, insieme alle mie colleghe, a un luogo di tali meraviglie.

Nel piazzale coperto di ghiaia polverosa sostano innumerevoli automobili, la maggior parte con il muso dentro al portico del Bernini per avere un po’ di ombra. La fontana al centro è sporchissima e l’acqua quasi inesistente; poco più in là il grande giardino seicentesco è una sterpaglia incolta attraversata da decine di conigli selvatici. Come inizio non potrebbe essere peggio. Eppure il peggio doveva ancora arrivare. Difficile infatti fare l’elenco delle tante situazioni di degrado che si presentavano ai miei occhi nel tempo.

Tutto il palazzo era sotto la vigile presenza dei militari che da decenni l’occupavano per la maggior parte dei suoi spazi: l’intero piano terra e tutta la preziosa ala a destra della facciata. Ma che uso ne facevano? In primissimo luogo veniva noleggiato per ricevimenti di matrimoni, compleanni, feste, rifornite dalle cucine poste al piano terra. Il fortissimo odore di cibo si respirava allora nelle sale del museo, con grande meraviglia dei visitatori. Ma accanto a queste manifestazioni se ne aggiungevano altre che in qualche modo interferivano nella vita del palazzo con mostre e iniziative di ogni genere e di scarso livello la cui segnaletica sovrapponendosi a quella del museo creava non pochi equivoci tra il pubblico.

Sul lato sinistro del palazzo, al pianterreno, era stato aperto un negozio di barbiere ad uso dei militari. Così, oltre al grande Salone dell’affresco di Pietro da Cortona e alle sale di esposizione, gli altri ambienti monumentali erano stati dati in uso al Circolo degli Ufficiali, forse anche per consuetudine: così la Sala Ovale, così la Sala dei Marmi e ovviamente i giardini pensili, oltre a quanto già si è detto.

Insomma si finiva per sentirsi fuori posto, in un luogo che era un museo e un palazzo meraviglioso, ma in cui i veri «padroni» che organizzavano la vita del palazzo erano loro. Era evidente che bisognava ribaltare la situazione perché quel palazzo era stato acquistato dallo Stato per farne una grande galleria nazionale, come il numero delle opere d’arte lasciava intendere. Da dove cominciare?

Per una così grande mole di problemi bisognava iniziare dal principio, rimettendo in gioco la vita del palazzo. Erano stati finanziati dal Ministero con fondi della Lottomatica i completi lavori di restauro del palazzo che avrebbero portato a un risultato di piena funzionalità museale e di grande decoro. Ma tutto era fermo da tempo a causa di irrisolvibili cavilli burocratici che impedivano l’inizio di qualsiasi intervento. Da lì si doveva ripartire. Insieme a Maria Grazia Bernardini e Angela Negro, contatto il Ministero dei Lavori Pubblici: incontriamo un funzionario geniale, Celestino Lops (mi piace ricordarne il nome), che oltre a una padronanza assoluta dei misteri burocratici è appassionato e partecipe dei nostri problemi.

Così tutto inizia, ma i militari non intendono cedere nulla e immaginano quel restauro una felice risorsa anche per loro. Infatti i militari sono molto protetti e il peso del Ministero della Difesa supera di gran lunga quello del Ministero dei Beni Culturali. Il problema adesso non è più quindi restaurare il magnifico palazzo, ma farne un museo occupando ogni spazio. E qui iniziano una serie di controversie e scontri continui che vedono proporre sempre diverse convenzioni per l’uso dei locali nei quali i militari restano ospiti privilegiati. Nessuno sembra avere qualcosa in contrario.

Negli anni resto sola e le mie colleghe sono destinate a altre importanti direzioni, e la sensazione è quella di trovarsi in una palude da cui è difficile uscire.
È necessario scuotere l’opinione pubblica, fare del nostro problema un obiettivo di tutti, di tutta la città e di tutta la cultura anche internazionale. Ecco perché prendo contatto con il quotidiano più letto, «la Repubblica», che inizia una campagna stampa senza tregua. Gli articoli sono di Salvatore Settis che con autorevole durezza si assume le ragioni del museo. Con effetto domino, seguono le altre testate fino a, del tutto inatteso, «Il Secolo d’Italia». L’opinione pubblica ora è informata e vuole il museo a scapito dei militari. Viene poi nominato il ministro Rutelli che abbraccia e risolve le varie pendenze. 

Seguono ben tre inaugurazioni, quella del piano terreno con i Primitivi, quella del piano nobile con il Rinascimento e il Barocco e quella del secondo piano dedicato al Settecento. Gli spazi, tranne una piccola parte, sono riconquistati. Ai pochi quadri esposti nel 2003 si sono ora aggiunti centinaia di dipinti, usciti finalmente dai depositi. I pochi visitatori del 2003 si sono decuplicati. Bisogna ora far vivere il palazzo, ma fondi per organizzare una efficace valorizzazione il ministero non ne concede. Bisogna trovarseli i soldi. Così si entra in contatto con tanti partner diversi, tutti coinvolti nel rilancio del museo: Lottomatica, Gagosian gallery, Axa Assicurazioni, IBM e tanti altri ancora grazie ai quali si susseguono tante diverse attività e aperture straordinarie, notti bianche, concerti, e tanto altro ancora. Nel 2013 a maggio festeggiamo i 60 anni della Galleria Nazionale con una moltitudine di visitatori. Ma resta ancora una parte di palazzo, l’ultima, in uso al ministero della Difesa, il piano nobile dell’ala destra della facciata.

Sarà compito della nuova direzione, con i poteri della piena autonomia, procedere oltre e completare il lavoro anche grazie ai finanziamenti che, finalmente e generosamente, il ministero eroga. Senza dimenticare però da dove siamo partiti e la lunga e difficile strada percorsa.

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