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La Sicilia potrebbe vivere di turismo. Ma non ci prova

Nonostante qualche eccellenza, i visitatori non crescono

Il teatro greco di Siracusa

Palermo. Da anni si ripete un ritornello avvilente al quale danno voce molti politici: «La Sicilia, prima Regione in Italia, al pari della Lombardia, per numero di siti Patrimonio Unesco (9), potrebbe vivere di solo turismo, soprattutto culturale». Un sogno che nasconde una deludente realtà: l’antico, inarrestabile degrado rappresentato in modo evidente dai 300 luoghi d’arte dell’isola sempre sbarrati, negati al turismo. Palazzi storici, giardini, aree archeologiche, tutti inaccessibili.

Difficile visitare anche i musei «aperti». Perfino i più importanti, come Palazzo Abatellis di Palermo, riducono l’orario proprio nei giorni festivi: regola avvilente che riguarda, in realtà, anche buona parte dei musei italiani. Nell’elenco impressionante delle 868 opere «incompiute» in tutta l’isola, in restauro a passo di lumaca o a lavori bloccati senza un perché, un numero cospicuo riguarda proprio il patrimonio culturale siciliano invisibile.

A queste realtà si aggiungono le tante aree archeologiche inaccessibili (il 30%, distribuite in tutta la Sicilia) perché abbandonate e chiuse o da anni in perpetuo restauro. Altra carenza davvero penalizzante: oltre la metà di tutti i musei e siti archeologici siciliani non sono accessibili ai portatori di handicap: barriere architettoniche, montascale fuori uso, carenza di ascensori.

Perfino la celeberrima Villa romana del Casale a Piazza Armerina, sito Unesco dal 1997, non ha ancora un percorso completo per i disabili. E pare davvero inconcepibile che al Teatro greco di Siracusa un portatore di handicap debba «chiedere la chiave all’ingresso o al custode» per andare alla lontana toilette.

Nonostante tutto, grazie anche a Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018, nei primi sei mesi dello scorso anno il turismo culturale in Sicilia è cresciuto del 9,37%. Un passo avanti ma insufficiente se consideriamo i dati delle presenze nei 77 siti culturali regionali siciliani: in 6 mesi, da gennaio a luglio 2018, hanno avuto 2.489.510 presenze tra paganti e ingressi gratuiti, per un introito di 12,7 milioni di euro (nella sola Pompei, in tutto il 2018, i visitatori sono stati 3,6 milioni con un incasso di circa 30 milioni).

I numeri della Sicilia risultano ancora più negativi se si confrontano con altri musei o siti italiani, come il Museo Egizio di Torino che nel 2017 ha superato gli 850mila visitatori, in aumento nel 2018, o la Galleria degli Uffizi di Firenze, con oltre 2,2 milioni di ingressi nel 2018 e 30 milioni di introiti. Il problema in Sicilia non sono tanto i siti archeologici più famosi anche all’estero, come Valle dei Templi di Agrigento, Teatro antico di Taormina, aree archeologiche di Siracusa, Selinunte, Segesta. Non cresce o diminuisce, invece, la frequentazione dei musei, vittime di scarsa cura e di una promozione e valorizzazione inadeguate.

Un altro elemento negativo per il turismo è la difficoltà di muoversi nell’isola: strade e trasporti pubblici sono spesso un vero disastro. Così accade che nella straordinaria Villa del Casale a Piazza Armerina nel 2018 siano arrivati appena 300mila visitatori, 100mila in meno del 2007.

Ma anche arrivare in Sicilia è un problema: l’alta velocità ferroviaria si ferma a Salerno, le tariffe aeree sono elevate, treni locali e prezzi dei pernottamenti non concorrenziali. Le spiagge e le bellezze della Tunisia o del Marocco costano meno delle eccellenze dei 9 siti Unesco siciliani e delle tante altre meraviglie trascurate dell’isola.

Tina Lepri, da Il Giornale dell'Arte numero 395, marzo 2019


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