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Italia interrotta, il non finito è diventato uno «stile»

Malaffare, clientelismo, incompetenza e improvvisazione hanno partorito in Italia una spropositata quantità di edifici incompiuti. La mappa dei «fantasmi» in un libro

Il viadotto Brache a Bomba (Chieti)

Malaffare, clientelismo, incompetenza e improvvisazione hanno partorito in Italia una spropositata quantità di edifici incompiuti. Il non finito, di cui la siciliana Giarre sarebbe la capitale, è diventato uno «stile», meta di un lugubre safari turistico. La mappa dei «fantasmi» in un libro frutto di una decennale ricerca. Prossimo caso, la Tav?

Tav, terzo valico, Tap, gronda, Mose, la Nuvola di Fuksas, la Fano-Grosseto: le opere iniziate e mai finite non si contano in Italia. Il problema delle incompiute è talmente vasto e diffuso in Italia che i due gruppi di architettura Alterazioni Video e Fosbury Architecture hanno provocatoriamente avanzato l’idea che il fenomeno non sia l’accumulazione di scelte politiche e procedure errate, ma qualcosa di più: Incompiuto: Nascita di uno Stile, recita infatti il titolo del volume recentemente pubblicato da Humboldt Books.

La ricerca, condotta per oltre un decennio, dunque a partire dall’inizio della più grande crisi economica dal dopoguerra, ha prodotto anche una mappatura di queste opere incompiute che sono distribuite un po’ dovunque, ma che sono assai più numerose al Sud. Giarre, la cittadina in provincia di Catania che ha dato i natali all’ex direttore del «Corriere della Sera» Alfio Russo (1961-68) e all’attuale editorialista di «la Repubblica» Sebastiano Messina, è eletta dagli autori a capitale dell’incompiuto per il record di opere lasciate a metà. Può una massa di manufatti perlopiù anonimi costituire lo stile di un’epoca? La risposta è sì nel caso in cui queste opere fossero espressione di una cultura localizzata condivisa, anche vernacolare o moderna, con mille esempi possibili che vanno dai trulli ai casinò di Las Vegas, ma nel caso delle incompiute non è così.

Queste sono infatti tutte architetture calate dall’alto secondo una parodia del modello economico keynesiano (quello ben analizzato da Ada Becchi nel saggio Opere Pubbliche, in «Meridiana», n. 9, 1990). La loro presenza non suscita tanto disappunto per la loro bruttezza, quanto sconforto perché si tratta di una lunga serie di opere abortite. Sfogliare la lunga, impietosa sequela delle incompiute suscita infatti la stessa tristezza che si prova a passare in rassegna i feti messi in bottiglia ai primi del Novecento. In altre parole, più che di fronte a un nuovo genere siamo di fronte a un «degenere» e il volume è utile soprattutto a denunciare la degenerazione del Paese, ma non a individuarne un nuovo stile. Secondo Ludwig Mies van der Rohe l’architettura è la volontà dell’epoca tradotta nello spazio, e prima di lui Alois Riegl aveva teorizzato che ogni epoca ha il proprio «Kunstwollen», volontà d’arte, espressione collettiva di un comune sentire come nel Barocco romano o nel gusto per la rovina del Romanticismo.

L’incompiuto non è però nemmeno una rovina, ma una piccola disgrazia che o si completa o si demolisce. Il rischio di un volume così pregiato per materiali e contributi esterni, per quanto brevi (Marc Augé, Gabriele Basilico, Salvatore Settis, Robert Storr, Marco Biraghi, Antonio Ricci, Leoluca Orlando), è quello di creare un’estetica del degrado dal compiutissimo centro di Milano, che è una tentazione costante per molti, non solo architetti. L’idea di organizzare un festival dell’incompiuto a Giarre per visitare o, utopisticamente, (ri)attivare le tante opere abbandonate che lì si trovano, come Alterazioni Video ha fatto nel luglio del 2010, di certo aiuta a prendere coscienza del fenomeno e a persuadere la stampa e la politica a una discussione più che necessaria, ma suggerisce involontariamente l’idea che a Giarre si trovi la pattumiera dell’architettura italiana del dopoguerra. Un’iniziativa che ne riecheggia altre passate come quella, per restare in Sicilia, di organizzare dei tour nei luoghi dei delitti mafiosi, una via crucis laica velatamente macabra.

Inoltre ai margini della recentissima 12esima edizione di Manifesta a Palermo, l’«Incompiuto siciliano» (era questo infatti il titolo originario della ricerca) ha avuto ampio spazio accanto alle esperienze artistiche internazionali lì presentate. Tuttavia non sembra possibile costituire dei parchi analoghi a quelli dedicati all’archeologia industriale nella Ruhr o ai bunker realizzati dai nazisti sulla costa occidentale francese: questi manufatti (rivalutati rispettivamente grazie all’opera fotografica dei coniugi Becher e di Guido Guidi) sono infatti legati a esperienze storiche collettive unificanti come il lavoro minerario e l’occupazione militare, mentre le incompiute sono slegate da qualsiasi idem sentire.

È pur vero che sono in molti gli architetti che negli ultimi anni hanno affrontato il tema dell’incompiuto perché è un problema tutt’altro che italiano. Basti pensare al Padiglione spagnolo curato da Iñaqui Carnicero e Carlos Quintans alla Biennale di Architettura del 2016, «Unfinished», non a caso premiato con il Leone d’oro per la miglior partecipazione nazionale. O, ancora, alle ricerche architettoniche palermitane del compianto Gaetano Licata, di Alessandro Gaiani a Ferrara (con un occhio anche ai Paesi balcanici), di Alfonso Giancotti a Roma, in parte a quelle tangenti sulla Recycled Theory di Sara Marini a Venezia e di altri ancora. Senza una conclusione, qualsiasi cosa è sconclusionata, che in italiano significa anche priva di senso. A Giarre, si dice scunchiurutu.

Il trionfo della Sicilia. Seguono Sardegna, Puglia e Calabria.


Totale 696

Sicilia 163
Sardegna 71
Puglia 69
Calabria 58
Campania 54
Lazio 45
Abruzzo 42
Lombardia 38
Toscana 34
Basilicata 21
Emilia-Romagna 15
Piemonte 15
Veneto 15
Molise 13
Umbria11
Marche 10
Liguria 9
Friuli Venezia Giulia 5
Trentino-Alto Adige 5
Valle d’Aosta 3

Manuel Orazi, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019


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