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Mostre

La Scuola di Londra al Chiostro del Bramante

Bacon, Freud, Auerbach, Kossoff, Andrews e Rego: nessuno era inglese di origine

«Girl with a Kitten» (1947) di Lucian Freud (particolare). © Galleria Lorcan O’Neill

Roma. Una mostra porta un po’ di Londra a Roma. È «Bacon, Freud. La scuola di Londra», aperta dal 26 settembre al 23 febbraio al Chiostro del Bramante, per la cura di Elena Crippa, curatrice per l’arte moderna e contemporanea presso la Tate. Dal museo londinese giungono infatti la cinquantina di dipinti, disegni e incisioni di artisti operanti nella capitale inglese nella seconda metà del ‘900.

Francis Bacon e Lucian Freud furono infatti i caposcuola di una sensibilità per lo scandaglio della forma umana (corpo, volto, gesti) intesa come espressione delle inquietudini dell’anima. Ad animare la cosiddetta «scuola di Londra» furono anche Michael Andrews, Frank Auerbach, Leon Kossoff e Paula Rego, tutti all’insegna di un figurativismo stravolto dalla deformazione e, talvolta, dalla stratificata pastosità dei colori.

Le opere, che coprono settant’anni di vita e società inglese dal 1945 al 2004, hanno per oggetto fondamentalmente la condizione umana, tra fragilità e slanci vitali, in ambientazioni sovente allucinate, quando sovraffollate o quando, al contrario, deserte.

La mostra illustra anche la storia di un’amicizia, quella tra Francis Bacon (1909-92) e Lucian Freud (1922-2011), i dioscuri della pittura britannica. Si conobbero nell’immediato secondo dopoguerra, tramite Graham Sutherland, e si frequentarono fino alla metà degli anni ’70, quando un litigio, mosso da una discussione sull’arte, interruppe il sodalizio.

Elemento significativo della mostra, e quindi della società inglese, è l’origine non inglese di tutti i sei artisti: Bacon era irlandese, Freud tedesco, come Frank Auerbach. Paula Rego era portoghese, Michael Andrews era nato in Norvegia, Leon Kossoff ebbe natali inglesi, ma da genitori russi. Tutti però trovarono nella società inglese quel luogo aperto e multietnico in cui sviluppare il proprio impulso all’arte.

Guglielmo Gigliotti, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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