La ricchezza della Domus del vicus Tuscus

Tra Foro Romano e Palatino sono stati ritrovati i resti di una lussuosa dimora con una sala per banchetti a forma di grotta e uno straordinario mosaico impreziosito con conchiglie, vetri e tessere blu egizio

Particolare di uno dei mosaici della Domus del vicus Tuscus. © Parco Archeologico del Colosseo
Federico Castelli Gattinara |

I primi setti murari di una lussuosa domus romana di età tardo repubblicana erano emersi già nel 2018, ma è di pochi giorni fa l’eccezionale scoperta e prima pulitura di un grande mosaico in stile rustico, che risale agli ultimi decenni del II secolo a.C. e conferma la datazione della domus, che presenta almeno tre fasi edilizie (dalla seconda metà del II secolo a tutto il I secolo a.C.). L’edificio si trova nell’area nord-occidentale del Palatino, dove in età augustea sorgevano gli Horrea Agrippiana, i magazzini per il grano aperti lungo il vicus Tuscus, la strada commerciale che dal porto fluviale sul Tevere arrivava fino al Foro.

Tra i magazzini voluti da Agrippa, il genero di Augusto, e le pendici del Palatino, la domus a più piani si articolava probabilmente su terrazze, con ambienti distribuiti intorno a un atrio/giardino. Oltre alla presenza di ciò che resta di una grande sala di rappresentanza decorata a stucchi bianchi che salivano fino a un’altezza di cinque metri, con paesaggi dentro finte architetture prospettiche e figure di altissima qualità, la domus ha rivelato uno «specus aestivus», cioè una sala per banchetti a forma di grotta utilizzata d’estate per sfuggire al caldo e impreziosita da decorazioni e giochi d’acqua, come mostrano le fistule in piombo ancora nelle pareti.
Particolare di uno dei mosaici della Domus del vicus Tuscus. © Parco Archeologico del Colosseo
Il mosaico portato alla luce al suo interno è eccezionale sia per la cronologia, sia per la complessa iconografia che è ancora tutta da studiare, sia per la ricchezza del materiale usato nelle decorazioni: conchiglie di vario tipo, tessere in blu egizio, vetri, scaglie di marmo bianco o di altre pietre, tartari (frammenti di travertino spugnoso), cretoni di pozzolana e malta. Nelle quattro edicole sormontate da timpani o lunette, separate tra loro da lesene con vasi da cui spuntano foglie di loto e di vite e da capitelli con pigne e aghi di pino, sono raffigurate cataste di armi con trombe celtiche, prue di navi con tridente, timoni con triremi che alludono, forse, a vittorie terrestri e navali del proprietario della domus.

Sopra, nella grande lunetta che occupa l’intera parete di fondo, un paesaggiomostra al centro una città per ora sconosciuta, non si sa se reale o di fantasia, né se in relazione o meno con il committente-padrone di casa. La città, di cui si scorgono portici, porte e un ampio edificio pubblico, è difesa da mura con piccole torri. Una scogliera, simulata con i tartari di travertino, si affaccia su un mare solcato da tre grandi imbarcazioni, di cui una con le vele sollevate. Di lato anche una scena agreste, con un pastore, una palma e vari animali.

«Si tratta di un importante risultato, dice soddisfatta la direttrice del Parco Archeologico del Colosseo Alfonsina Russo, che ripaga un lungo lavoro di studio e di ricerca e che rientra in uno degli obiettivi prioritari del Parco, quello della conoscenza e della sua diffusione. Lo scavo archeologico si concluderà nei primi mesi del 2024 e successivamente lavoreremo intensamente per rendere al più presto accessibile al pubblico questo luogo, tra i più suggestivi di Roma antica». È probabile che la domus, come molte delle più belle case sul Palatino, appartenesse a un esponente di quell’alta aristocrazia cittadina di età repubblicana che le fonti letterarie indicano risiedere proprio in quell’area.

© Riproduzione riservata Particolare di uno dei mosaici della Domus del vicus Tuscus. © Parco Archeologico del Colosseo
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