La prima biennale di fotografia a Casale Monferrato

MonFest, diretto Mariateresa Cerretelli, da ospita 11 mostre che si sviluppano attorno al tema «Le forme del tempo. Da Francesco Negri al contemporaneo».

«Living Layers_02» di Valentina Vannicola
Rica Cerbarano |  | Casale Monferrato

La prima edizione di MonFest, festival biennale di fotografia a Casale Monferrato, apre le porte. Diretto da Mariateresa Cerretelli, giornalista, photo editor e curatrice di mostre, e promosso dal Comune di Casale Monferrato, il festival ospita 11 mostre che si sviluppano attorno al tema «Le forme del tempo. Da Francesco Negri al contemporaneo».

Il programma espositivo è ricco e variegato: dalla mostra «Omaggio a Francesco Negri», figura di spicco vissuta a Casale a cavallo tra Ottocento e Novecento, noto soprattutto per essere stato un grande fotografo e sperimentatore del medium, alle esposizioni di tre fotografe eccezionali come Lisetta Carmi, Valentina Vannicola e Silvia Camporesi, fino alla presentazione del lavoro di grandi maestri della fotografia, come Gabriele Basilico, con una serie di immagini realizzate nel 2006 nel territorio del Monferrato, e Maurizio Galimberti, il quale per l’occasione ha magistralmente reinterpretato il Cenacolo vinciano.

Tra le altre mostre, da segnalare «Il Tanaro a Masio»di Vittore Fossati, «Fotografare il Tempo, Pompei e dintorni» di Claudio Sabatino, «#homeTOhome» di Raoul Iacometti, «Fotomorfosi Infernot» di Ilenio Celoria e«Il mondo di Silvio Canini». Sabato 26 e domenica 27 marzo si terranno anche le letture portfolio con esperti del settore, mentre moltissimi sono gli incontri e i workshop organizzati durante tutto il periodo del festival. Mariateresa Cerretelli ci racconta cosa vedremo a MonFest dal 25 marzo al 12 giugno.


Come è nata l’idea del festival? Da dove la scelta di realizzarlo a Casale Monferrato?
Casale Monferrato è una città che ha una relazione importante con la fotografia, a partire dalla bellezza del paesaggio che la circonda, spesso immortalata dallo sguardo dei fotografi, fino alla figura di Francesco Negri, grande conoscitore del medium fotografico, oltre che personalità locale di rilievo vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Questa città nel cuore del Monferrato si presta come un palcoscenico davvero straordinario per organizzare un festival di fotografia anche per le location spettacolari che offre: il Castello, la bellissima Sinagoga, la Cattedrale di Sant’Evasio, il Teatro, chiamato La Piccola Scala, e Palazzo Gozzani Treville, dove ha sede l’Accademia Filarmonica.

MonFest è nato perché le istituzioni si sono rese conto che mancava qualcosa che coinvolgesse tutta la città attraverso mostre diffuse in varie sedi e luoghi storici. Nell’ottica di coinvolgere il più possibile il territorio, abbiamo anche pensato delle installazioni nelle piazze della città: per esempio, abbiamo riaperto una vecchia edicola e allestito un set fotografico dove, chi vorrà, potrà farsi ritrarre durante l’apertura del festival.


Qual è la mission di MonFest?
Questo festival darà la possibilità a chi non conosce la fotografia di entrarvi in contatto, avvicinandosi a questo linguaggio che per me è una delle forme d’arte più diretta e universale.

Un festival di fotografia è come un circuito virtuoso che riesce a comunicare con un vasto pubblico, dagli addetti ai lavori alle persone che non hanno un legame forte con l’arte. La fotografia permette di approfondire tematiche del contemporaneo, prestandosi come uno strumento di trasmissione di conoscenza, un modo per approfondire e conoscere il nostro Paese. Per esempio la mostra di Claudio Sabatino, oltre ad essere un omaggio a Pompei, è anche la testimonianza di quello che è diventata questa città e cosa rappresenta oggi, raccontandone la bellezza ma anche le criticità.

Inoltre, sin da questo primo anno ho voluto creare delle sinergie con altre realtà del territorio: la prima collaborazione attivata è quella con la gallerista Maria Livia Brunelli e il collezionista Fabio Cecchin, che nello stesso giorno di apertura del festival inaugurano a Ivrea «Paesaggi interiori», una bellissima mostra di Anna di Prospero. Vorrei creare una rete e fare squadra con le altre realtà della regione, espandendo dunque le iniziative fotografiche da Casale verso il resto del Piemonte. Questo è il mio desiderio più grande!


Come si sviluppa il tema di questa prima edizione, «Le forme del tempo»?
Il tempo è il protagonista delle mostre presentate al festival, interpretato secondo quella che è un’espressione di Italo Calvino, il quale individuava nelle città la forma del tempo. MonFest estende questa interpretazione ai paesaggi, alle realtà dei ritratti e alle creatività espresse dai fotografi che saranno esposti. Il legame tra tempo e paesaggio si sviluppa a partire dal cuore della città, con il lavoro di Gabriele Basilico che documenta piazze, architetture e vicoli delle città del Monferrato – Casale, Alessandria, Ovada e Tortona – per poi dipanarsi attraverso tutta una serie di progetti fotografici realizzati sul territorio italiano, come la mostra di Claudio Sabatino, «Fotografare il Tempo, Pompei e dintorni», che ritrae questa città sepolta e dimenticata per oltre 1700 anni.

Ma le forme del tempo sono anche quelle della storia, come si vede nel lavoro di Lisetta Carmi esposto alla Sinagoga: un bellissimo servizio, realizzato nel 62’ e nel 67’ in Israele e Palestina  che coglie la complessa realtà del nuovo Stato di Israele. Il tempo è anche quello dello spirito, nella mostra di Maurizio Galimberti, che con «Tributo a Leonardo» reinterpreta il Cenacolo vinciano esponendolo nel nartece della splendida Cattedrale di Sant’Evasio. Insomma, in ogni mostra si incontra questo passaggio del tempo, che è un po’ anche, se vogliamo, il tempo della memoria: basti pensare alla mostra dedicata a Francesco Negri.

Infine, il concetto di tempo è presente anche nel tipo di lavori presentati: dai tesori della antichità, e capolavori dell’arte sacra ritratti dai grandi autori della fotografia italiana, alle visioni post-surreali messe in scene da Valentina Vannicola e alla creatività multidisciplinare di Silvio Canini, che abbina fotografia, video, sculture e installazioni, fino alla tecnologia di oggi, con il bellissimo lavoro «#homeTOhome» di Raoul Iacometti, che con lo smartphone ha raggiunto le case dei ballerini di tutto il mondo durante la pandemia, rifotografandoli poi in appositi set ambientati in luoghi diversi della sua casa. Da una figura storica come Francesco Negri si arriva dunque al super contemporaneo, a quello che succede oggi nella fotografia.


Ci può raccontare di più sulla figura di Francesco Negri?
Francesco Negri è un personaggio che ha avuto un peso incredibile nella storia della città. Di professione faceva l’avvocato e negli anni ‘80 dell’Ottocento fu Sindaco di Casale, ma la sua fama internazionale proviene innanzitutto dalla sua passione per la fotografia. Negri non fu semplicemente un documentatore del proprio tempo – era un grandissimo ritrattista che, un po’ come August Sander, realizzò una sorta di «censimento fotografico» della gente di Casale, dai negozianti ai barcaioli lungo il Po – ma anche un grande sperimentatore. La sua curiosità lo portò a raggiungere livelli altissimi e realizzare vere e proprie scoperte scientifiche e tecnologiche: i suoi esperimenti nel campo della microfotografia gli consentirono di fotografare, tra gli altri, il bacillo della tubercolosi e di entrare in contatto epistolare con Robert Koch. Mise a punto un teleobiettivo che brevettò ed entrò in produzione su scala industriale presso la ditta Koristka e dalla sua invenzione non trasse mai profitti.

Quello che andremo a presentare in mostra sarà dunque una sorta di ricostruzione del laboratorio di Negri: ci sarà una sua macchina fotografica, vetrini con sezioni sottili di diversi materiali, tricromie, un cavalletto di legno per il ritocco fotografico e la scrivania dotata di un apposito sistema di retroilluminazione per il ritocco delle lastre fotografiche. Così come i brevi filmati realizzati con una macchina fotografica per riprese cinematografiche. Sarà come ritornare con la macchina del tempo a quegli anni gloriosi e assistere alle ricerche che Negri, così come tanti altri pionieri, compiva per aprire nuovi ambiti alla fotografia.


Un festival di fotografia deve necessariamente confrontarsi con il territorio in cui si inserisce. Avete previsto iniziative in collaborazione con la cittadinanza?
Per noi la relazione con il territorio è molto importante. Tra le varie iniziative dedicate, abbiamo indetto il concorso Da Casale al Po alle colline del Monferrato, aperto ad amatori e appassionati, ma anche a fotografi professionisti. Ognuno ha partecipato con una fotografia che rappresentasse la propria città. Abbiamo selezionato trentraquattro immagini che saranno esposte in una bellissima mostra e soprattutto in una splendida video-proiezione, realizzata da Stefano Viale Marchino, che include le interviste agli autori.

Inoltre, abbiamo coinvolto gli studenti dell’Istituto Leardi nella realizzazione del logo del festival e un buon numero di studenti stanno realizzando, seguiti dai loro docenti e in particolare da Ilenio Celoria – e continueranno a farlo durante il festival – una serie di ritratti ai negozianti di Casale, ispirandosi allo stile di  Francesco Negri.


In che cosa consiste il Premio Soroptimist «Storie di donne»?
«Storie di donne», il concorso creato in collaborazione con il club Soroptimist, è dedicato interamente alle fotografe, con una giuria composta di sole donne. Quest’anno è stato premiata Silvia Camporesi con «Domestica», un lavoro che nasce tra le mura domestiche della fotografa nei giorni difficili del lockdown di marzo-aprile 2020.

La mostra verrà esposta nelle stanze dell’Accademia Filarmonica, assieme alla videoproiezione che omaggia le finaliste del concorso.
Inoltre, ci sarà una collettiva, dal titolo «Guardarsi per rinascere. Ritratti e autoritratti al femminile», dedicata al lavoro delle studentesse dell’Istituto Leardi e del Liceo Artistico Morbelli, le quali hanno realizzato una serie di autoritratti durante il primo lockdown del 2020, dando vita a una sorta di specchio dell’adolescenza durante questo periodo difficile.


Come funzionano le letture portfolio che si terranno sabato 26 e domenica 27 marzo?
Le letture portfolio saranno un’occasione importante per confrontarsi con importanti esperti della fotografia, tra cui Federica Barzioli, Nicolas Lozito e Silvia Taietti. L’autore che verrà selezionato come miglior portfolio avrà l’onore di vedere il suo lavoro pubblicato sulla rivista Il Fotografo, accompagnato da un’intervista. Inoltre, a discrezione della giuria, se ci saranno anche altri lavori da segnalare sarà fatto. È possibile iscriversi alle letture portfolio seguendo le istruzioni indicate sul sito web di Casale Monferrato.


Il programma di incontri e workshop si estende per tutta la durata del festival, dal 25 marzo al 12 giugno. Cosa può dirci di più?
Gli appuntamenti saranno moltissimi, dagli incontri con gli autori in mostra all’intervento di maestri come Guido Harari e Maria Vittoria Backhaus, fino allo spettacolo di Raoul Iacometti e Luciano Bobba dal titolo «Tempo interattivo», che vedrà la partecipazione di due performer.

Abbiamo dato molto spazio ai laboratori per i bambini. Per esempio, sabato 26 marzo nel pomeriggio ci sarà il primo laboratorio fotografico con Tommaso Galimberti, il nipote di Maurizio Galimberti, che a soli 12 anni è già un piccolo talento della fotografia. Tommaso spiegherà a suoi coetanei l’uso delle Fuji Instax, la creazione di collage e la manipolazione delle foto istantanee. Trovo le attività didattiche per bambini molto emozionanti, quasi magiche… Vorrei parteciparvi io stessa!

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