La pittura nel sangue, Siena nel cuore

Addio a Michel Laclotte, storico dell’arte umanista e connaisseur d’altri tempi

Michel Laclotte
Andrea De Marchi |  | Parigi

Ci ha lasciato l’11 agosto Michel Laclotte, classe 1929, a Montauban, la patria di Auguste-Dominique Ingres. La pittura nel sangue. Difficile ridire in maniera adeguata chi fosse Laclotte. Tutti lo ricorderanno per le sue imprese museografiche temerarie e vittoriose, dalla Collection Campana al Musée du Petit Palais ad Avignone, alla Gare d’Orsay, al Grand Louvre.

Altri ricorderanno lo storico dell’arte francese che è stato più vicino a Roberto Longhi, fin da quando ancora ragazzo questi lo prese in simpatia e lo aiutò a fare scoperte nei musei di provincia francesi. Un connaisseur d’altri tempi? Sicuramente d’altri tempi, ma per altro. In lui l’uomo pubblico e l’uomo privato erano rigorosamente distinti (non come ora che l’uomo pubblico è valutato per l’uomo privato che dà a parere), e il secondo era straordinariamente sfaccettato, imprevedibile, riservava sorprese continue.

Non era solo un attributore, anche se capire «chi dove e quando» era il gioco che più l’appassionava, in un dialogo costante con i maggiori suoi colleghi in giro per il mondo. Era uno storico dell’arte umanista nel senso alto del termine, come non usa più. Vorace e intenditore di tutto, della grande musica e della grande letteratura, del cinema e della storia, viaggiatore insaziabile, bretone a tratti ruvido ma con l’Italia e Siena nel cuore, un nordico che amava il Midi. Mi raccomandò di leggere Chateaubriand: «Se vuoi imparare il francese migliore, è quello!». Ho avuto la fortuna di accompagnarlo tra 2004 e 2005 nel progetto «Retif» al’Inha-Institut national d’histoire de l’art, il «Repertoire des tableaux italiens en France» da lui inventato.

Adorava la provincia, i piccoli paesi della Francia profonda, ma sperava sempre di scoprire all’improvviso in una di quelle chiesine spoglie un fondo oro italiano luccicare nell’ombra! Di fronte alle opere, quando vibrava la qualità, si elettrizzava. Se ne intendeva davvero, e su tutte le epoche e su tutti i campi, con il fiuto schietto del cane da tartufi. In privato era moqueur, a tratti caustico e irriverente; in pubblico sapeva di recitare il suo ruolo e lo faceva con la consapevolezza del grand commis d’état che solo i francesi sanno avere. L’ho sentito parlare e improvvisare in pubblico più volte: era ammirabile, mai banale, formale e di sostanza, elegante, puntuale, un grande oratore.

Ricordo come fosse ieri il suo discorso ufficiale all’inaugurazione della mostra «Autour de Lorenzo Veneziano. Fragments de la peinture venitienne du XIVème siècle en France», che avevo curato con Cristina Guarnieri al Musée des Beaux-Arts di Tours nel 2005, compiaciuto del lavoro fatto, complimentoso con le autorità tourangelles, amabile e generoso come sempre. Ma poi sempre pronto a schizzare altrove, insaziabile. Ci ha insegnato a vivere la storia dell’arte e la vita dei musei come un’avventura continua. Adieu Michel! Et merci pour tout ce que tu nous as donné!

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