La passione nascosta di Deborah Turbeville

La retrospettiva al Photo Elysée di Losanna svela un nuovo aspetto del lavoro della fotografa americana: i photocollage

Dalla serie «Passport» (1990), di Deborah Turbeville. Cortesia di Muus Collection. © Deborah Turbeville/Muus Collection
Rica Cerbarano |  | Losanna

Fu Alexander Liberman, art director di «Vogue America», a introdurre Deborah Turbeville (1932-2013) nel mondo della fashion photography. A metà degli anni ’70 la invitò a scattare diversi editoriali, tra cui «Bathhouse», ancora oggi considerato uno dei servizi più controversi nella storia della rivista. Da quel momento, la fotografa americana seppe distinguersi per un’estetica unica nel suo genere: le sue immagini dall’atmosfera onirica, ambientate in location atipiche e abitate da modelle spesso non professioniste, plasmarono un nuovo ideale di bellezza femminile in controtendenza rispetto alle narrative predominanti dell’epoca.

Ma la fotografia di moda è solo una parte della sua sconfinata produzione artistica, come dimostra «Photocollage», la retrospettiva al Photo Elysée di Losanna visitabile fino al 25 febbraio 2024. Dedicata interamente a un aspetto meno conosciuto del suo lavoro e costruita a partire da una lunga ricerca condotta dalla direttrice del museo e curatrice della mostra, Nathalie Herschdorfer, in collaborazione con la Muus Collection (oggi proprietaria degli archivi della fotografa), questa mostra è una delle rarissime occasioni per scoprire i collage prodotti da Turbeville.

Le oltre 163 opere esposte (divise in sezioni che ripercorrono la carriera quarantennale dell’artista) svelano come manipolava le sue immagini, tagliando, graffiando e appuntando le stampe, annotando parole a margine e creando sequenze narrative, segno di un’attenzione febbrile verso la materia fotografica nella sua accezione più artigianale. Ma l’interesse di Turbeville non si è mai limitato solo all’immagine fotografica. Nelle sale sono esposti anche i taccuini della fotografa e le maquette di magazine da lei disegnate, elementi che sottolineano un forte approccio multidisciplinare, derivante con tutta probabilità dal suo percorso professionale variegato. Turbeville studiò teatro, scenografia, coreografia e letteratura, e si avvicinò alla moda prima come modella, poi come editor. La svolta in campo fotografico avvenne quando cominciò a lavorare per Condé Nast: diventò presto una delle principali fotografe di moda dell’epoca, viaggiando tra New York, Messico, Parigi, San Pietroburgo e anche in Italia.

Grazie a uno stile peculiare e ricercato, l’artista americana cominciò gradualmente a entrare a pieno titolo nel sistema dell’arte: le sue fotografie oggi sono state esposte in molti musei, tra cui il Centre Pompidou e l’Ermitage, e fanno parte di varie collezioni, come quelle del MoMA, del Whitney Museum of American Art e del Victoria & Albert Museum. Nonostante ciò, fino ad ora i collage sono apparsi solo raramente, o in maniera marginale rispetto alle fotografie di moda.

Per questo motivo camminando tra le opere esposte in «Photocollage» ci si sente fortunati ad aver accesso a una Turbeville praticamente inedita, raccontata attraverso i passi fondamentali del suo percorso artistico: dai primi scatti per «Vogue America» ai servizi scattati dentro l’École des Beaux-Arts di Parigi, dal celebre progetto «Unseen Versailles» commissionato da Jacqueline Onassis, fino alle ripetute visite a San Pietroburgo e in Messico, affascinata dalla letteratura russa e dall’iconografia religiosa del Centro America. Di fronte a questi pezzi unici, emerge il lato profondamente intimo di un’artista che non amava etichettarsi (diceva di non essere «né una fotografa di moda, né una fotogiornalista, né una ritrattista»), e ora capiamo perché. Abbiamo incontrato la curatrice Nathalie Herschdorfer.
«Giselle, Cafe Tacuba, Città del Messico, Messico, Gennaio 1992», di Deborah Turbeville. Cortesia di Muus Collection. © Deborah Turbeville/Muus Collection
Come ha scoperto i photocollage di Deborah Turbeville?
Quando ho cominciato a lavorare sull’archivio di Deborah Turbeville conoscevo le sue immagini iconiche, ma sapevo che facendo ricerca avrei trovato dei «tesori nascosti». È quello che succede sempre quando lavoro negli archivi dei fotografi, esaminando i provini, i contenuti delle scatole e trovando di conseguenza materiali che gli artisti non hanno mai mostrato al pubblico. Ho scoperto moltissime immagini in bianco e nero che Turbeville aveva tagliato, graffiato e distrutto, e sono rimasta profondamente attratta dalla loro fisicità. Questi photocollage erano il frutto di un processo puramente artigianale. Questa parte della sua produzione, che si estende lungo tutta la sua carriera quarantennale, è estremamente affascinante e diversa da quella degli altri fotografi della sua generazione. La mostra e il libro che l’accompagna (edito da Thames & Hudson) si concentrano su questo lavoro sconosciuto e molto personale, permettendoci di scoprire le sperimentazioni di un’artista che ha scritto la storia della fotografia di moda.

Nonostante la qualità del suo lavoro, quello di Turbeville è un nome meno conosciuto rispetto ad altri, non è così?
Deborah Turbeville è stata un’artista eccezionale, che però ancora oggi rimane meno nota rispetto ai colleghi uomini, come Helmut Newton, Richard Avedon o Irving Penn. Credo che quello che debbano fare i musei, i curatori, gli editori e tutti i professionisti di questo settore sia proprio impegnarsi a riscrivere la storia della fotografia per far sì che certi nomi siano riconosciuti maggiormente rispetto al passato.

Che cosa caratterizza lo stile di Turbeville?
Turbeville ha sempre ricercato un’estetica molto originale, un modo di vedere tutto suo. I suoi lavori non sembrano prodotti negli anni ’70, ’80, ’90, ma piuttosto a inizio ’900. Nei photocollage, le immagini sono fissate a cartoncini con spilli e pezzi di nastro adesivo, producendo un risultato molto materico. Tutto questo ci fa comprendere che Turbeville non era semplicemente una fotografa, ma un’artista a tutto tondo, capace di creare un nuovo immaginario in completa autonomia. Quando scattava, aveva un’idea precisa su ciò che voleva comunicare e per farlo utilizzava gli strumenti che aveva a disposizione: la fotografia, la carta, il collage, la scrittura... Inoltre, i suoi esperimenti mostrano un reale interesse per la fotografia, ma anche per la narrazione. Turbeville, appassionata di cinema, ha spesso utilizzato sequenze di immagini per creare storie dal carattere cinematografico.

Qual è il valore di un’artista come Turbeville, oggi?
Molti fotografi contemporanei sperimentano con il mezzo fotografico in termini di stampa e materia. Per questo motivo credo che questo lato meno conosciuto di Turbeville possa essere molto stimolante per le nuove generazioni di artisti. Lascia ammaliati, soprattutto in quest’epoca in cui siamo abituati a fruire immagini nitide e dai colori vibranti sugli schermi digitali.

© Riproduzione riservata «Luisa, Posos, Gennaio 1991», di Deborah Turbeville. Cortesia di Muus Collection. © Deborah Turbeville/Muus Collection
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