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La difficile equazione artisti-galleria

Thomas Brambilla: «Diffido delle gallerie che hanno più fama dei loro artisti. Le fiere? Costano, ma servono»

Thomas Brambilla con Klaus Rinke nello studio dell'artista nel 2018

La carriera di Thomas Brambilla (Bergamo, 1983) inizia nella galleria di Enzo Cannaviello, dove, a soli quattordici anni, trascorre un’estate di formazione circondato dai maestri dell’arte contemporanea. In seguito agli studi classici, Thomas si laurea in Lettere Moderne e nel 2010 apre la sua galleria nella città di Bergamo in via Casalino, circondandosi immediatamente di un gruppo di artisti noti della scena internazionale come Lynda Benglis, Marco Cingolani, Ron Gorchov, Thomas Elbig, Simon Linke, David Novros, Anatoly Osmolovsky, Klaus Rinke, Joe Zucker e investendo sul talento dei più giovani tra cui Oscar Giaconia (Milano, 1978), Edoardo Piermattei (Ancona, 1992) ed Erik Saglia (Torino, 1989).

Partendo dagli esordi della sua galleria e dagli anni in cui ha iniziato a lavorare nell’ambito del contemporaneo, com’è cambiato il mercato?
Ho inaugurato la mia galleria nell’ottobre 2010. Era il periodo del trionfo del mercato abbinato a speculazioni finanziarie. Era la prima volta che un giovane artista, pur essendo privo di curriculum museale, veniva imposto a prezzi record sul mercato internazionale. Bastava scegliere un giovane, posizionarlo nella giusta galleria e il gioco speculativo era fatto. Fu così per Joe Bradley, Alex Israel e tanti altri. Oggi sembra un meccanismo normale, allora fu rivoluzionario. Negli ultimi anni sono andato alla ricerca di artisti con un curriculum solido abbinato a una forte identità artistica. Mi sento più a mio agio in un contesto di valori sicuri, senza cedere al mercato secondario e mantenendo un rapporto primario con artisti di grande spessore artistico.

Quali sono le esperienze che hanno segnato la storia della galleria?
Sono stati per lo più degli incontri ad aver contribuito allo sviluppo della mia attività professionale. Il primo fu con Enzo Cannaviello per cui iniziai a lavorare all’età di tredici anni. Lo tormentavo per Carlo Maria Mariani e lui nel tentativo di convincere mio padre ad acquistare un lavoro mi disse di andare da lui per un po’. Era il momento delle televendite televisive che costruivano delle vere lezioni d’arte e marketing. Il secondo incontro decisivo fu quando conobbi l’artista Marco Cingolani. Una delle persone più colte e uno degli amici più cari di sempre che mi ha impartito lezioni di arte e vita condite con aneddoti ed episodi capitati ad altri, ma che finirono per condizionare anche me. Il terzo fu con un altro artista, Gabriele Picco. Oltre a raccontarmi le sue assurde storie di vita, Gabriele mi presentò una coppia di collezionisti bresciani suoi amici, ora anche miei, che mi cambiarono la vita.

Qual è il ruolo di una galleria oggi?  Quali sono le sfide da affrontare per la sua crescita e per quella dei suoi artisti?
Bisogna essere contemporanei confrontandosi con i cambiamenti che modificano continuamente il mondo dell’arte. Attualmente è il luogo stesso della galleria a essere messo in discussione. Lo spazio nel quale si espone l’arte è un luogo e un concetto che sta diventando obsoleto, pur conservando intatta la sua magia. Vedremo come affrontare questa sfida, ma lo farò soprattutto seguendo i suggerimenti dei miei artisti.

Quali sono le componenti che determinano il successo di una galleria?
Scegliere dei grandi artisti e lavorare molto. Diffido sempre dalle gallerie che hanno più fama dei loro artisti. È sbagliato. Gli artisti sono gli atleti della corsa. Se la galleria è nota, ma gli artisti no, c’è un corto circuito.

In uno scenario estremamente delicato, che cosa si aspetta oggi da una fiera?
Le fiere hanno fatto la fortuna di tutte quelle gallerie che hanno esordito negli anni Novanta, consolidandosi insieme a esse. Credo che una fiera esista per ampliare e confermare i collezionisti. Una fiera non è una mostra d’arte, ma un luogo dove i galleristi presentano opere che devono essere acquistate e non solo ammirate. Oltre al rapporto diretto con il collezionista c’è la conoscenza e la frequentazione tra colleghi, perché anche così si diffonde il lavoro di un artista. Ogni anno partecipo a sei fiere, sono molto impegnative sia dal punto di vista finanziario sia logistico, ma sono state indispensabili per crescere.

Giulia Gelmini, da Il Giornale dell'Arte numero 392, dicembre 2018


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